Gioberti, Cattaneo e il federalismo

Danilo Breschi

 

 

L’Italia unita? Ma con quale forma costituzionale?

Per parlare di federalismo nell’ambito del Risorgimento, e in particolare delle figure di Gioberti e Cattaneo, dobbiamo anzitutto ripercorrere, sia pure rapidamente, le tappe che portarono molti uomini di cultura, ma anche altri settori della popolazione della penisola, a pensare l’Italia come un’unica nazione.
Tutto parte dalla Rivoluzione francese e dal modello dello Stato-nazione che si afferma nel corso del decennio rivoluzionario 1789-1799 e che le armate francesi, sotto la guida di Napoleone, esportarono in quasi tutta Europa come esempio di libertà, eguaglianza e fraternità a livello di istituzioni politiche. I due periodi di presenza e dominazione francese (1796-1799; 1802-1815) costituiscono sotto alcuni aspetti la traduzione politica e istituzionale dei famosi “immortali principi dell’Ottantanove”. Per la nostra riflessione si prenda le mosse dal contenuto dell’articolo 25 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (24 giugno 1793) posta a premessa di quella Costituzione dell’anno I che, promulgata dalla Convenzione il 10 agosto del 1793, non entrerà però mai in vigore per il precipitare degli eventi (guerra civile e guerra contro le potenze straniere coalizzate in funzione antirivoluzionaria). L’art. 25 recitava così: «La sovranità risiede nel popolo; essa è una e indivisibile, imprescrittibile e inalienabile». È su questa ossessione dell’unità e indivisibilità della nazione che si costruirà il filone maggioritario del pensiero democratico-repubblicano del primo Ottocento, in Francia come nel resto d’Europa. Come vedremo, l’opera di Carlo Cattaneo costituirà sotto questo profilo un’eccezione, occupando una posizione relativamente marginale.
In Europa, e nella stessa Francia rivoluzionaria, forse sfuggivano le sottili distinzioni dei teorici americani tra confederazione, dove il voto di uno Stato poteva bloccare ogni decisione, e federazione, dove le competenze erano (e sono) ripartite fra gli Stati e lo Stato federale (centrale), e quindi la sovranità non è più una e indivisibile, ma divisa per competenze e ambiti territoriali, secondo un criterio di separazione orizzontale dei poteri. La simpatia per il modello americano fu, durante la Rivoluzione francese, un fenomeno di breve durata. Fin dal settembre del 1792, dopo la battaglia di Valmy che risospinse l’esercito delle potenze straniere antifrancesi al di là dei confini e dopo la proclamazione della Repubblica (22 settembre), il federalismo fu visto dai giacobini (il club politico che prese il sopravvento nella Convezione e dominò l’apparato statale dal giugno 1793 al luglio 1794) come minaccia scissionista o come una sorta di complotto per restaurare la monarchia.
Il federalismo diventava così sinonimo di “attentato all’unità”.
La Rivoluzione, nella sua espressione giacobina, aveva una vera e propria ossessione per l’unità, temeva qualsiasi pluralismo, qualsiasi interesse, qualsiasi partito che turbasse la ossessiva indivisibilità della Rivoluzione e della nazione. Per i giacobini i sostenitori del federalismo finirono col confondersi con i difensori del particolarismo feudale o dei privilegi aristocratici, oppure con gli alleati dei nemici esterni della Rivoluzione. Come detto, i sostenitori di ipotesi federaliste, presenti tra le fila del gruppo dei Girondini, furono dipinti come “complottisti” contro la volontà del popolo e il bene della nazione. Eloquente è il fatto che l’autore della traduzione francese del Federalist (completata nel 1792), che si chiamava Trudaine de la Sablière, sia finito, proprio per questo, sul patibolo. Ma veniamo all’Italia: dicevamo che tutto inizia con la Rivoluzione francese. Nel 1796 abbiamo infatti la prima calata delle armate francesi in Italia, al comando del giovane generale Napoleone Bonaparte (nato nel 1769). Nel giro di pochi mesi, dal marzo del 1796 all’inizio del 1797 completa la conquista del Nord Italia, sottomettendo anche la pluricentenaria repubblica di Venezia e arrivando a minacciare direttamente Vienna. Nel novembre del 1796 era sorta la Repubblica Transpadana, poi denominata Cispadana, la prima che, il 7 gennaio del 1797, utilizza la bandiera tricolore (bianca, rossa e verde, ma a bande orizzontali con il rosso in alto). Il 29 giugno del 1797 sorge la Repubblica Cisalpina, che assorbe il 9 luglio quella Cispadana. L’ammirazione per la costituzione americana che era già presente fra gli intellettuali italiani prima dello scoppio della Rivoluzione francese, continuò e si precisò in senso politicamente più forte nel cosiddetto “triennio giacobino” durante il quale, sulla scia dell’avanzata dell’esercito francese, sorgevano repubbliche filofrancesi là dove prima vi erano monarchie e principati d’“antico regime”. Fra il 1796 e il 1799, mentre si apriva con le armate francesi la speranza di una nuova definizione politica della penisola, si continuò a guardare con ammirazione al modello americano, dove la democrazia si era affermata senza che vi fosse stato un periodo di dittatura come quella giacobina. Il giacobinismo italiano vide nella repubblica democratica il mezzo migliore per realizzare la felicità sociale e per determinare il nuovo assetto della penisola, liberata dagli antichi sovrani. Il sistema americano offriva una soluzione federalista del problema politico e per un paese come l’Italia, diviso in tanti piccoli Stati (11 prima del 1796), poteva essere una formula possibile per conciliare le tradizioni locali con gli interessi nazionali. L’esperienza delle cosiddette “repubbliche giacobine” (la Cisalpina, la Cispadana, la Repubblica Romana, la Repubblica Partenopea) e la presenza delle armate della grande Nation, aprì nei clubs filofrancesi un ampio dibattito sulla democrazia come forma di governo. Il significato di questo dibattito può essere approfondito esaminando i testi preparati per il “celebre concorso del 1796”. L’amministrazione generale della Lombardia chiese «a tutti i buoni cittadini e amanti della libertà» di rispondere al quesito «Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità d’Italia?» per rendere «familiari al popolo gli eterni principi della libertà ed eguaglianza». Dietro la proposta del concorso e il tema proposto vi era anche il generale Bonaparte, che con la sua armata aveva “liberato” nella primavera del 1796 il Piemonte e la Lombardia, rispettivamente dalla presenza sabauda e austriaca. Gli italiani che avevano accolto Napoleone come “liberatore” speravano in soluzioni di autogoverno, mentre i francesi volevano porre l’Italia settentrionale sotto il controllo più o meno diretto della repubblica “madre”. Vincitore del concorso fu proclamato il filosofo ed economista piacentino Melchiorre Gioia, fautore di una repubblica unitaria. I candidati si ripartirono pressoché equamente tra unitari e federalisti, con una leggera prevalenza, forse, dei filounitari. D’altronde, la scelta unitaria – e l’indivisibilità dello Stato – erano state ribadite anche dalla costituzione dell’anno III (1795) che era ancora in vigore all’epoca e fungeva da riferimento per le travagliate esperienze costituzionali della penisola. Non mancarono, dunque, le tesi federaliste tra gli scritti partecipanti al concorso, anche quelle di segno democratico e rivoluzionario. Si pensi a Giovanni Antonio Ranza o a Gianmaria Bosisio. Il primo dei due sosteneva la seguente tesi, riassumibile nel passo che qui riportiamo:

“Siccome l’Italia è divisa da molti secoli in domini, e costumi, e dialetti, ed interessi diversi, non è ora possibile di darle una forma di governo unica per tutti. adunque adotteremo l’unità del governo federativo degli Stati Uniti d’America o dei Cantoni Svizzeri, ad onta dello spauracchio degl’imbecilli chiamato federalismo; organizzandolo in undici Repubbliche federate, ossia Stati liberi federati d’Italia; ciascuno de’ quali dentro il 1797 adunato in Convenzione nazionale formerà la sua costituzione più o meno democratica, secondo il suo stato fisico, politico, e morale, ad oggetto di cercarvi la possibile felicità.”

Bosisio, invece, per giustificare il proprio progetto federale, si richiamava espressamente a Montesquieu, che aveva considerato il clima tra i fattori capaci di influenzare la legislazione e la forma di governo di un popolo, insieme con l’assetto geografico e l’estensione del territorio, le forme economiche dominanti, i costumi e la religione. Scriveva Bosisio che «la naturale posizione dell’Italia, che è simile ad una spina di pesce fatta dalla continuazione dell’Appennino [contiene] una tale varietà di climi quanti ve n’ha forse in tutta l’Europa», per questo «diverse forme di regime» erano necessarie «a diverse climi».

Insomma, all’epoca della prima discesa di Napoleone il progetto federalista e quello unitario si dividevano più o meno equamente le preferenze dei “patrioti”, come vennero chiamati coloro che cominciavano a vagheggiare un’Italia politicamente indipendente. Che poi si trattasse di un’Italia repubblicana oppure monarchica poco importava, dal momento che a tale forma non corrispondeva l’essere federalisti piuttosto che unitaristi; si potevano avere federalisti sia repubblicani sia monarchici, anche perché non era chiara – né lo sarà in seguito – la distinzione tra federazione e confederazione.
Si legga infatti cosa recitava ancora nel 1851 il Dizionario politico popolare, pubblicato anonimo a Torino, alla voce “Confederazione”, che conteneva, non a caso, anche quella di “Federazione”:

“Unione di più Stati sotto un potere centrale comune, come la confederazione degli Stati-Uniti, la confederazione della Svizzera.”

La confusione era dunque tanta ancora a metà Ottocento, e di questa sovrapposizione di concetti dovremmo tener conto parlando di Gioberti, di Cattaneo e delle proposte cosiddette “federaliste” nel Risorgimento italiano. Ma torniamo ancora una volta all’influenza francese sulla genesi del moto patriottico e indipendentista.

Con la seconda discesa di Napoleone, stavolta da Console a vita e quindi da Imperatore, le tesi federaliste diventarono largamente marginali, anzi peggio: apparvero vecchie, retrograde e reazionarie, insomma antimoderne. Perché?

Lo Stato-nazione come culmine della modernità politico-istituzionale

Noi dobbiamo tenere ben presente questo punto: per tutta la prima dell’Ottocento, ma probabilmente anche oltre, la cultura politica prevalente vedeva nella nazione, e nello Stato-nazione accentrato dal punto di vista amministrativo, compatto e coeso, nella nazione «una d’arme, di lingua, d’altare, / di memorie, di sangue e di cor», per dirla alla Manzoni, come l’equivalente politico-istituzionale della modernità, mentre tutto ciò che era confederazione o federazione si presentava, specie nel contesto storico-politico italiano (ma non solo), come un retaggio del passato, espressione politico-territoriale dell’antico regime. Al più appariva come un compromesso tra vecchio e nuovo. Si veda il giudizio del celebre scrittore francese Stendhal, quando scende in Italia al seguito delle truppe di Napoleone, il quale nelle sue lettere agli amici si mostra esterrefatto di vedere un paese connotato da un forte “patriotisme d’antichambre”, cioè un patriottismo locale, sinonimo di faziosità e guerre intestine, che guarda solo al proprio campanile (di qui, “campanilismo”):

Patriotisme d’antichambre = Chauvinisme :

  1. “Ce patriotisme d’antichambre est la grande plaie morale de l’Italie, typhus délétère qui aura encore des effets funestes longtemps après qu’elle aura secoué le joug de ses petits princes ridicules. Une des formes de ce patriotisme est la haine inexorable pour tout ce qui est étranger”.
    (Stendhal, De L’Amour, 1822)

Compito dei Francesi, e di quei primi patrioti che sulla loro scia si inserirono nell’Italia fra il 1801 e il 1815 fu quello di trasformare il patriottismo locale in un patriottismo nazionale. Dobbiamo tenere conto che il culto della nazione è sia il frutto di uno sviluppo culturale sia di uno sviluppo materiale.
Quanto allo sviluppo culturale, non si può non menzionare l’illuminismo e la sua cultura delle riforme (la stagione del c.d. “dispotismo illuminato”, a fine Settecento), della modernizzazione, ossia della razionalizzazione delle infrastrutture e dei sistemi amministrativi, fiscali, penali, ecc. Si pensi al rappresentante più illustre dell’Illuminismo italiano, il milanese Cesare Beccaria (1738-1794). Il suo trattato Dei delitti e delle pene, pubblicato nel 1764, divenne uno dei testi di riferimento della campagna per abolire la pena di morte e per mitigare la severità del diritto penale in tutta Europa. La nazione è inoltre il luogo di incarnazione della “volontà generale”, cioè della volontà del popolo, in cui risiede la sovranità.
Quanto allo sviluppo materiale, si assiste tra 1750 e 1850 ad una vera e propria esplosione demografica, per cui la popolazione in Europa raddoppia. Da 130 milioni di abitanti si passa a 266 milioni (nel 1914 saranno 468 milioni). Inoltre, nel corso del XIX secolo il movimento migratorio interno interessò l’85% della popolazione europea. Da notare che gran parte di questo flusso migratorio era interno ai singoli Stati, determinato in larga misura dall’altro grande evento che si manifesta proprio a cavallo tra Sette e Ottocento: la rivoluzione industriale. Le migrazioni interne avvengono dalle campagne alle città, che si moltiplicano proprio attorno ai primi stabilimenti industriali. D’altronde, è la stessa rivoluzione industriale che salva gran parte del continente europeo dalla possibile catastrofe alimentare, a cui l’esplosione demografica avrebbe potuto facilmente condurre nel giro di pochi decenni.
Abbiamo poi una rivoluzione dei trasporti (ferroviari, marittimi, le poste e comunicazioni varie) che favorisce l’unificazione fra i territori e soprattutto la richiede, l’esige come necessaria e improcrastinabile. Per dare un’idea del tipo di rivoluzione che si consuma nei primi cinquanta, sessant’anni del XIX secolo, si pensi che nel 1856 una lettera da Parigi a Berlino impiegava 2 giorni, mentre nel 1806, cinquant’anni prima, occorrevano ben 2 settimane. Quella che si realizza è una vittoria sullo spazio e sul tempo. Ed ecco che lo Stato nazionale appare la risposta più moderna, ossia più adeguata ai tempi (vedi l’etimo della parola “moderno”, dall’avverbio latino “mòdo”), la struttura, la macchina politica che per estensione e per capacità di drenare risorse e impiegarle su larghi spazi appare come la più efficace e più efficiente, assai più di principati di piccole dimensioni, per non parlare di “leghe” di più repubbliche o principati. Gli Stati Uniti non sono ancora una potenza mondiale invidiata e temuta. Sono ancora ben lontani da costituire una minaccia o un esempio virtuoso di efficienza e di modernità.
Tutte le rivoluzioni/trasformazioni in atto (demografica, industriale, dei trasporti e delle comunicazioni) rendevano dunque (quasi) necessario passare da patrie regionali e patrie nazionali.
L’idea di nazione risultò all’epoca la risposta logica alle sfide della modernizzazione.
L’Italia, al pari della Germania, era una cosiddetta “nazione culturale”: le loro élites cominciarono a porsi il problema dell’evoluzione della nazione culturale in nazione politica. E questo accadde sia per le spinte materiali cui accennavamo sopra, sia per l’impatto culturale e filosofico del Romanticismo, movimento complesso e diversificato da nazione a nazione, ma contrassegnato in tutti i casi dal forte ruolo assegnato alla storia, al passato, alle tradizioni, all’ethnos inteso come comunità di lingua consolidatasi nel tempo (uno stare insieme perché non si può non stare insieme, ovvero quel che si chiama una “comunità di destino”). Ultimo fattore che influenzò una tale maturazione furono gli effetti a livello di geografia politica della dominazione napoleonica: da 11 divisioni e soggetti politico-territoriali prima del 1796, a 6/7 nel 1799, a 4 tra 1802 e 1815.
Il tema della nazione cominciò a svilupparsi nei circoli letterari, tra gli intellettuali, i funzionari governativi – di solito piccola borghesia elevatasi in termini di rango sociale grazie allo scompaginamento creato dall’arrivo di Napoleone – e dagli ufficiali dell’esercito. Si pensi a personaggi come il veneziano Ugo Foscolo e il napoletano Vincenzo Cuoco. Per loro la nazione era l’Italia, e l’Italia rappresentava la tradizione letteraria di Dante e Petrarca, e la tradizione politica dell’antico repubblicanesimo e stoicismo, celebrati da autori come Machiavelli, Guicciardini, Plutarco, Livio, Cicerone, Cornelio Nipote e Seneca.
Potremmo anche azzardare a dire (ma l’azzardo è assai contenuto) che per gli incolti l’Italia non aveva alcun significato politico. L’italiano era la lingua delle classi superiori, degli intellettuali e del governo. Di qui, inoltre, l’importanza fondamentale dell’educazione nazionale e “nazionalizzante” perché la nazione diventi pienamente tale, ossia diventi una comunità di popolo che si percepisce come uguale al proprio interno e diversa all’esterno.

Il Risorgimento e una generazione di ribelli patriottici

Oggi il Risorgimento appare come qualcosa fuori moda, un’epoca da ricordare solo in cerimonie solenni ma molto distanti dal sentire comune. In realtà si trattò di un fenomeno generazionale, una forma di ribellione giovanile. Tale ribellione si diresse in primo luogo contro la dominazione straniera. Quanti raggiunsero l’età adulta negli anni Trenta dell’Ottocento (tra cui Gioberti e Cattaneo, ma anche Cavour e Mazzini) ebbero una possibilità concreta di perseguire la loro visione patriottica in corrispondenza esatta del periodo di inizio del declino della potenza austriaca, tra il 1848 e il 1856. Una generazione segnata dal mito della Rivoluzione francese, e segnata dall’esperienza dell’impero napoleonico, anch’esso gravido di speranze e illusioni che mobilitarono molti giovani all’impegno politico. Si pensi ad Ugo Foscolo, Le ultime lettere di Jacopo Ortis. Foscolo non apparteneva a quella generazione, quella dei “patrioti risorgimentali”, ma agli occhi di questi ultimi egli rimaneva l’autore dell’Ortis e dei Sepolcri, due testi chiave nella formazione degli uomini del Risorgimento. Essi lessero quegli scritti alla luce dei propri valori, al di là di quello che il loro autore aveva voluto effettivamente esprimere. Ma, opere a parte, contava l’uomo: Foscolo era andato via dall’Italia all’inizio della Restaurazione e, soprattutto, era morto esule. Alcuni storici distinguono tra il Risorgimento e il processo di unificazione politica; per intendersi: da una parte Mazzini, dall’altra Cavour. Credo che se adottassimo questa distinzione fra il movimento di opinione/fenomeno di ribellione generazionale, da una parte, e l’azione squisitamente politica, intessuta di intrecci e compromessi diplomatici, potremmo inserire Cattaneo nella prima casella e Gioberti nella seconda. Ma senza eccessive rigidità ed esclusivismi, dal momento che, come vedremo, le eccezioni sono numerose e, a loro modo, sorprendenti.

Gioberti

Vincenzo Gioberti nacque a Torino il 5 aprile 1801. Trascorse dunque l’adolescenza in un Piemonte che aveva vissuto i rivolgimenti prodotti dal dominio napoleonico. Per circa vent’anni il Piemonte era stato coinvolto nella vicenda rivoluzionaria e napoleonica, aveva fatto parte dell’Impero francese ed era stato articolato in vari dipartimenti sotto la forma di divisione militare al di qua delle Alpi. I suoi sudditi coscritti erano finiti direttamente nell’amalgama delle armate di Napoleone, senza quella distinzione particolare che avevano avuto lombardi e veneti, costituiti in Regno d’Italia, con bandiera nazionale, uniformi e identità specifica.
Nonostante fosse stato ordinato sacerdote nel 1825, Gioberti non disdegnò studi filosofici che lo avvicinarono alle idee liberali, anche perché influenzato da quella corrente del cattolicesimo liberale che stava diffondendosi proprio in quel periodo in Francia, Belgio e Irlanda. In una lettera a Carlo Verga del 23 dicembre del 1831 scriveva che «la lunga e costante infelicità dell’Italia deriva principalmente dal poco uso del pensiero, cioè dalla poca filosofia». In altri termini, gli studi filosofici erano per Gioberti un tutt’uno con la preoccupazione politica, che molto presto avrebbe finito per coincidere con il disegno della liberazione dell’Italia dallo straniero. Di qui l’iniziale avvicinamento a Mazzini, che lo portò nel 1834 a collaborare con il periodico “Giovine Italia”, pubblicandovi un articolo. Ma già l’anno precedente, il 31 maggio 1833, era stato fermato e imprigionato per quattro mesi e quindi indotto all’esilio (peraltro senza sentenza, ma a seguito di provvedimento amministrativo). La ragione di tale persecuzione stava nel sospetto nutrito dal governo sabaudo che il prestigio culturale di Gioberti, che da qualche anno stava acquisendo grazie anche al suo cenacolo di cultori di filosofia e di politica, denominato “Accademia”, potesse favorire la diffusione di quelle idee liberali cui il sacerdote torinese guardava con sempre maggiore simpatia. Per questo era stato arrestato e costretto all’esilio. Riparò prima in Francia, a Parigi, dove rimase per più di un anno, e quindi in Belgio, a Bruxelles, dove si guadagnò da vivere insegnando presso un istituto privato.
Per tutti gli anni Trenta la proposta insurrezionale-rivoluzionaria di Mazzini era stata quella prevalente e prediletta dalla gioventù patriottica attiva nella penisola o all’estero perché esiliata. Negli anni Quaranta, Mazzini era l’unico leader rivoluzionario italiano di rilievo. Però a metà anni Quaranta la sua stella si era leggermente offuscata dopo i ripetuti fallimenti dei tentativi insurrezionali scoppiati qua e là per tutta la penisola (dalla cospirazione in Savoia, in cui era coinvolto anche Garibaldi, nel 1833, alla spedizione in Calabria organizzata dai fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, ex ufficiali della Marina austriaca, nel giugno del 1844, e anch’essa finita nel sangue e nel fallimento completo dell’iniziativa tesa a sollevare la popolazione locale in funzione antiborbonica). Inoltre il contesto internazionale appariva nei tardi anni Trenta come assai più stabile di quanto non potesse sembrare attorno al 1830, quando Francia e Belgio venivano più o meno violentemente sconvolte da mutamenti istituzionali, che all’epoca poterono anche essere giudicati alla stregua di “rivoluzioni”. A questo punto, nei primi anni Quaranta prese piede l’idea che si potesse procedere a riforme, anche decise, sul piano politico-istituzionale senza intaccare l’ordine sociale e i rapporti di classe. Crebbero così in termini di influenza quegli ambienti più moderati, perché filomonarchici piuttosto che filo-repubblicani, i quali però cominciavano a considerare con grande serietà l’eventualità di una riconfigurazione politico-territoriale della penisola italiana, mutando influenze geopolitiche ed estendendone di nuove, in primis quella piemontese.
Negli anni Quaranta dell’Ottocento, dunque, nei cinque-sei anni precedenti il famoso Quarantotto e la “primavera dei popoli”, il movimento moderato era più diversificato e senza dubbio esercitava un maggior richiamo, e non solo presso le classi dirigenti, o aspiranti tali, della penisola. In particolare, fra i suoi esponenti, spiccavano cinque figure: Pellico, Gioberti, Cesare Balbo, Massimo d’Azeglio e Carlo Cattaneo (nonostante quest’ultimo fosse di idee repubblicane, come vedremo). Ciò che accomunava queste figure era la ricerca di un’alternativa alla concezione radicale-mazziniana della rivoluzione nazionale; ad essa intendevano contrapporre, in varia misura e con accenti diversi, una concezione più cauta, di ispirazione monarchico-costituzionale, che dagli stessi protagonisti venne denominata “moderata”. Con “moderatismo” si intende in epoca risorgimentale un movimento di opinione politica che ha i suoi spazi di prima elaborazione in alcuni salotti di famiglie nobiliari o alto-borghesi di Torino, di Milano o di Firenze, e nella città toscana trovò anche un punto di riferimento significativo nell’attività svolta da Giovan Pietro Vieusseux e dagli intellettuali che si radunavano attorno alle sue iniziative, fra le quali il Gabinetto scientifico-letterario, fondato nel 1820, e la rivista “Antologia”, attiva dal 1821 al 1833. Tuttavia, questo movimento dovette attendere sino al 1843 per disporre di un programma politico compiuto, da poter contrapporre alla proposta politica mazziniana. È infatti in quell’anno che viene pubblicato a Bruxelles il libro Del primato morale e civile degli Italiani di Gioberti.
Dopo il 1833 il sacerdote piemontese aveva maturato un progressivo distacco dalle proprie giovanili simpatie mazziniane, e si era orientato verso studi storici e filosofici che lo avevano portato ad una riflessione filosofica al tempo stesso «meticolosamente pragmatica e largamente visionaria» come ha scritto lo storico Alberto M. Banti. Alla sua pubblicazione, Del primato morale e civile degli Italiani divenne un vero caso politico-letterario, collezionando in 5 anni almeno 8 diverse edizioni, benché in alcuni Stati della penisola fosse proibito. Nonostante non fosse una lettura divertente, il libro divenne un bestseller. Un’edizione in 5.000 copie fu ben presto pubblicata a Firenze e il Primato vendette un totale di 80.000 copie tra il 1843 e il 1848. Se si tiene conto del livello di analfabetismo diffuso all’epoca si può avere facilmente un’idea di quanto potesse significare una cifra del genere. Se si tiene poi conto del fatto che il libro era assai lungo, ben due volumi, e che era scritto in uno stile pesante anche per i criteri estetici del tempo, non si può mancare di osservare come Gioberti avesse evidentemente colto nel segno. Aveva, in altri termini, formulato una proposta convincente e potenzialmente vincente. «Un successo tanto straordinario di vendite – ha scritto sempre Banti – rappresenta la prova migliore del fatto che il legame tra religione e nazionalità propugnato da Gioberti rispondeva a una reale esigenza dell’opinione pubblica italiana, specie in un momento in cui il cattolicesimo liberale – che era fiorente in Belgio, Francia e Irlanda – alimentava le speranze dei suoi sostenitori in Italia».
È necessario dunque accennare, anche per sommi capi, ai contenuti di questa proposta. Gioberti prendeva le mosse da un racconto mitologico sulle lontane origini della nazione italiana. Queste ultime risalirebbero addirittura alla cosiddetta stirpe pelagica, una popolazione che, discendendo da Japhet, uno dei figli di Noè (Sem, Cam e Japhet). Esiste infatti nell’ebraismo una tradizione secondo la quale alla discendenza di Yafet corrispondono gli abitanti dell’estremo Oriente o i Greci e gli Europei le cui caratteristiche corrispondono all’accostamento del significato della radice del nome Yafet con quello di bellezza e graziosità.
Superata una serie di vicende avventurose, questa stirpe pelasgica avrebbe trovato infine insediamento nella penisola. Da questo ceppo originario sarebbero poi discese le varie comunità successive, quali l’etrusca, la romana e infine l’italiana, la quale si sarebbe forgiata la propria identità grazie all’influsso del cristianesimo. Il diventare poi sede del papato avrebbe infine conferito alla penisola una sorta di “primato morale” su tutti gli altri popoli, dunque verso l’esterno, oltre ad averne anzitutto garantito una coesione e compattezza interne. Gioberti sosteneva così l’esistenza plurimillenaria di «un’Italia e una stirpe italiana, congiunta di sangue, di religione, di lunga scritta ed illustre». Dopo secoli di decadenza e servaggio allo straniero era giunto il momento di rinascere e di dotarsi di uno Stato, mediante una confederazione degli Stati esistenti. Certo, il “popolo italiano” – affermava Gioberti in evidente polemica con Mazzini – non poteva essere soggetto d’azione politica perché non era ancora altro se non «un desiderio e non un fatto, un presupposto e non una realtà, un nome e non una cosa». È per questo che la guida del risorgimento nazionale doveva essere, a suo avviso, «monarchica ed aristocratica, cioè risedente nei principi e avvalorata dal concorso degl’ingegni più eccellenti, che sono il patriziato naturale e perpetuo delle nazioni».
Gioberti riprendeva il principio già formulato da Cuoco, secondo cui le costituzioni devono essere coerenti col genio delle nazioni. Riteneva pertanto che l’unico assetto politico praticabile per il contesto italiano fosse una sorta di lega, di confederazione tra i principi con la presidenza della stessa affidata al papa, coordinatore anche sul piano spirituale, oltre che politico. Per questo motivo si parlò, a proposito del moderatismo giobertiano, di neoguelfismo. Tale federazione dovrebbe essere costruita sia col consenso dei principi esistenti sia con l’appoggio dell’opinione pubblica e trovare i suoi punti di forza in Roma e nel Piemonte, l’una garanzia della protezione religiosa, l’altro della protezione militare.
Nei due volumi del suo bestseller Gioberti non si soffermava sulle riforme interne da introdurre nei singoli Stati confederati, limitandosi a tratteggiare i lineamenti istituzionali di un sistema di monarchia consultiva, intermedia tra il regime assoluto e quello costituzionale. Raccomandava semmai l’introduzione di un Consiglio civile, organo consultivo, la cui funzione principale avrebbe dovuto essere quella di stringere maggiormente i rapporti di collaborazione tra i sovrani e le élites. Sosteneva anche l’autonomia municipale e una moderata libertà di stampa.
Il successo del Primato di Gioberti si spiega anche con il fatto che era destinato ad una opinione pubblica formata in gran parte da uomini e donne (queste ultime cominciavano proprio in quei decenni a costituire un nuovo spazio di lettura) che avevano ricevuto un’istruzione religiosa cattolica. La soluzione moderata giobertiana fu subito oggetto di ampio e acceso dibattito tra i principali esponenti culturali e politici del moderatismo, che proprio grazie a quel libro prese una definitiva e chiara consistenza politica. Cesare Balbo, solo per citare un nome autorevole, scrisse la propria celebre opera, Delle speranze d’Italia, pubblicata nel marzo del 1844, quale risposta immediata al libro di Gioberti.

Balbo, nobile piemontese, affrontava ciò che subito apparve come il punto debole del lavoro giobertiano: il fatto di non tenere in considerazione l’orientamento reazionario del Papa in carica, Gregorio XVI. Il “neoguelfismo” perdeva così di colpo la sua ragion d’essere fondamentale. Le vicende storiche di pochi anni successive riaccesero invece le speranze riposte nell’ipotesi neoguelfa. L’elezione al soglio pontificio nel giugno 1846 del vescovo di Imola, Giovanni Mastai Ferretti, per un paio di anni fece del papato il punto di riferimento delle speranze nazionali e liberali. Nato nel 1792, il giovane (per essere un papa) Pio IX godeva della reputazione di uomo dalle idee liberali, che nutriva opinioni favorevoli al sogno giobertiano di rigenerazione italiana sotto la guida papale, e le sue prime azioni sembrarono confermarlo. Come è stato scritto, però, «il suo zelo “liberale”» molto probabilmente «derivò in parte dalla sua inesperienza e in parte dalla necessità di far fronte alle insurrezioni e alla dimostrazioni che avevano scosso l’Italia centrale, tanto quanto la Toscana e il Nord. Egli comunque concesse immediatamente l’amnistia per molti prigionieri politici e introdusse diverse riforme nel governo del suo Stato, aprendolo a una modesta partecipazione laica». Il problema per Pio IX fu che una volta data la stura alle riforme risultò impossibile arrestarne l’impeto. Di qui una delle cause alla base dei moti del 1848 nella penisola italiana, innescati senza dubbio dalle rivoluzioni e rivolte scoppiate praticamente in tutta Europa. Un’ultima considerazione in merito all’opera di Gioberti. Del primato morale e civile degli italiani è dedicato a Silvio Pellico, autore delle celebri memorie intitolate Le mie prigioni, resoconto di circa dieci anni di detenzione nella terribile prigione asburgica dello Spielberg, in Moravia. Di Pellico, Gioberti scriveva in questa sua dedica: «poche vite sono così belle e in tanta varietà di fortuna così concordi, come la tua. Tu provasti gli estremi casi della lieta sorte e dell’avversa, ma in tal vicenda serbasti intatta e costante la bontà dell’animo, la moderazione degli affetti e la generosità dei sentimenti». Queste, invece, erano le parole di conclusione:

«avendo scritto alcune pagine intorno ai titoli legittimi dell’italiana grandezza, e ai mezzi che mi paiono più opportuni per rimetterli in fiore, ho pensato d’intitolarli a te, come ad una viva immagine del concetto principale, abbozzato nel mio libro. […] io tengo per fermo che nei doni della mente congiunti alla generosità civile, nel culto della patria avvalorato dalla religione, e nell’amore delle lettere gentili fecondato dalle austere discipline, sia riposto il principato d’Italia».

[Qui “principato” va inteso nel senso sia di primato (morale) sia di Stato territoriale].

Queste parole sono un esempio molto efficace di quel mito risorgimentale generazionale cui accennavamo. La figura che viene ammirata è quella del patriota per la libertà, e questa libertà coincide con l’indipendenza di un popolo (si pensi alla figura del poeta inglese Lord Byron). Gioberti sarà sempre critico nei confronti dei suoi ex-compagni mazziniani per il fatto che il loro proposito insurrezionalista, democratico e repubblicano, favorisce la politica di conservazione, se non vera e propria reazione, degli austriaci, in quanto spaventa i regnanti dei vari Stati italiani e li porta a richiedere protezione alla potenza straniera, con cui non pochi di loro sono peraltro imparentati (Granducato di Toscana, Ducato di Lucca, ecc.).
All’indomani dello scoppio delle Cinque Giornate di Milano (17-22 marzo 1848) Gioberti sarà fra coloro che più di altri spingerà Carlo Alberto ad intervenire militarmente per occupare la Lombardia, Modena e Parma. Sarà proprio nella primavera del ’48 che Gioberti rientrerà dal suo lungo esilio. In una lettera a Timoteo Riboli, del 13 aprile 1848, Gioberti scriveva di desiderare: «un Regno d’Italia, che si stenda dal Tirreno all’Adriatico, e abbracci gli Stati Sardi, Parma, Piacenza, Modena, Reggio, la Lombardia e il Veneziano, riuniti sotto lo scettro costituzionale di Carlo Alberto. Ogni altro partito sarebbe follia, anzi un delitto di lesa unità italiana».
Qui possiamo rinvenire un primo punto di forte dissenso con le posizioni di Carlo Cattaneo, che nel frattempo, in quelle cinque giornate milanesi, era assurto al rango di protagonista, politicamente e simbolicamente parlando, all’interno di quel Consiglio di Guerra istituito il 20 marzo 1848 come organo di coordinamento della lotta contro gli austriaci, i quali sarebbero stati cacciati dalla città nei giorni successivi, proprio su proposta di Cattaneo e dei suoi amici. Il Consiglio era formato, oltre che da Cattaneo, da Giulio Terzaghi, Giorgio Clerici ed Enrico Cernuschi. Le Cinque Giornate furono un evento clamoroso: si pensi che il 19 marzo si contavano già 1.600 barricate in tutta la città.
Già nel mese di aprile Gioberti riteneva che Milano avrebbe potuto continuare ad esistere, per dir così, solo nella misura in cui fosse confluita nella nuova realtà politico-istituzionale. Pertanto avrebbe dovuto perdere la propria specifica identità e fondersi nella corona piemontese, senza pretese particolari né tanto meno rivendicazioni di carattere autonomistico. In una lettera dell’8 maggio 1848, Gioberti scriveva che tra l’Adda e il Ticino vi era «una delicatezza eccessiva di animo e una gelosia d’indipendenza municipale, di cui i nostri (subalpini) non possono farsi un concetto proporzionato. […] Compiano i Piemontesi il sacrifizio».
Gioberti in quella primavera-estate del 1848 percorse in lungo e in largo l’Italia cercando di sostenere la causa unitaria e indipendentista, secondo un disegno che da neoguelfo si fece sempre più sabaudo e piemontesizzante, anche perché Pio IX aveva rapidamente cambiato rotta e si era rifiutato nell’aprile di quello stesso anno di sostenere il re di Sardegna nella guerra contro l’Austria, non concedendo il passaggio delle truppe piemontesi sul proprio territorio. Questo cambiamento di rotta è dimostrato anche dal fatto che Gioberti assunse la carica di primo ministro entro la fine di quell’anno, cioè qualche mese dopo la fine della prima fase della guerra di indipendenza (armistizio Salasco, firmato a Milano il 9 agosto 1848).
Gioberti segnalò questo suo mutamento di posizione politica in senso pienamente filosabaudo in un nuovo libro, pubblicato nel 1851, Del rinnovamento civile d’Italia. Ma Gioberti morì improvvisamente di un colpo apoplettico, il 26 ottobre 1852, pochi giorni prima che Camillo Benso conte di Cavour emergesse definitivamente sulla scena politica piemontese assumendo la guida di un governo di coalizione frutto dell’accordo parlamentare con la sinistra costituzionale capeggiata da Urbano Rattazzi, accordo noto come “connubio”.

Cattaneo

Cattaneo, nato a Milano nel 1801 (morirà a Lugano il 5 febbraio del 1869), è un insegnante di liceo, e uno studioso accanito sin dalla più tenera età. Interessato di tutto, enciclopedico nella sua cultura, poligrafo, scrive di tutto e su tutto, anche se non tutto pubblicherà ancora in vita. Tra il 1839 e il 1844 fondò e diresse la celebre rivista “Il Politecnico”, promotrice dello sviluppo delle scienze, secondo una tradizione riformista, empirista e progressista che risaliva all’Illuminismo lombardo della seconda metà del Settecento.
Cattaneo può essere definito un illuminista rinato nel secolo dello storicismo, ma illuminista sotto molti aspetti genuino, per la incondizionata fiducia che nutre nella potenza rischiaratrice e civilizzatrice dell’intelligenza (ragione) che squarcia le tenebre dell’ignoranza e della superstizione e distrugge a poco a poco la barbarie dell’uomo primitivo (l’antitesi barbarie-civiltà – ha scritto Norberto Bobbio – si risolve tutta, secondo Cattaneo, nell’antitesi ignoranza-intelligenza). Inoltre, erede dell’Illuminismo Cattaneo può essere considerato per la concezione ottimistica dell’uomo e della storia che fa tutt’uno con il suo liberalismo. Illuministico anche il suo tenace atteggiamento riformistico, che faceva consistere il progresso nella liberazione dell’uomo dalle istituzioni oppressive e sclerotizzate, e quindi la libertà nella riforma delle istituzioni. La sua teoria fondamentale è la teoria del progresso indefinito dell’umanità (ed è questo il punto di contatto fra il Settecento illuminista e l’Ottocento romantico). Per questi motivi, si capisce bene come Cattaneo sia uno scrittore e un pensatore antirivoluzionario (non controrivoluzionario) e riformista.
Ancora alla vigilia delle Cinque giornate di Milano, egli era contrario ad ogni tentativo insurrezionale, e riteneva che il miglior partito fosse quello di accettare le riforme proposte dal governo di Vienna, allargandole e riaffermandole in una logica di progressiva “liberalizzazione”.

Prima del 1848, le sue opinioni politiche coincidono in gran parte con il programma dei moderati. Come detto, il moderatismo, rispetto al programma mazziniano della rivoluzione permanente e della iniziativa popolare, perseguiva un programma minimo che prendeva le mosse dalle teorie liberoscambiste per propugnare l’abolizione delle barriere doganali e quindi la creazione di una lega doganale, primo passo verso un’alleanza di natura politica. Cattaneo fu, in economia, un sostenitore del liberismo, e avversario di ogni ostacolo frapposto al libero uso e al libero scambio dei beni.
Inoltre, nel programma moderato rientrava lo sviluppo delle ferrovie, e non si può dimenticare che Cattaneo fu sempre attento alla questione ferroviaria, avendo persino fatto parte per qualche tempo del consiglio di amministrazione di una compagnia ferroviaria lombarda.
Come appena accennato, la via istituzionale che i moderati sostenevano era la lega doganale italiana e Cattaneo era favorevole all’adesione del Lombardo-Veneto all’unione doganale tedesca, assieme alla stessa Austria. Dalla Lega doganale derivava una delle richieste più urgenti dei moderati, la unificazione dei pesi e delle misure; e anche ad essa il Cattaneo volse ripetutamente la propria attenzione. In complesso, come vedremo meglio tra poco, il suo stesso federalismo era lontano dall’idea della confederazione degli Stati italiani proposta dai moderati, ma era in parte l’espressione dello stesso atteggiamento di sfiducia nei mutamenti troppo repentini. Inoltre Cattaneo, a dimostrazione della confusione che ancora permaneva tra federazione e confederazione, guardava spesso alla Svizzera per parametrare il tipo di assetto politico-istituzionale desiderato per la penisola italiana.
Detto in estrema sintesi, Cattaneo era un “moderato” rispetto alla via da seguire e ai mezzi da adottare per raggiungere il fine della liberazione dell’Italia da istituzioni vecchie ed estranee, mentre non era affatto un moderato rispetto alle idee, e alla finalità politiche che intendeva perseguire. E in questo non fu poi così dissimile da Gioberti, come da altri moderati, sempre che si ritenga non moderata, bensì “radicale”, l’idea della liberazione e indipendenza dell’Italia dal giogo straniero.
Cattaneo può essere definito un “radicale” in quanto era convinto che il progresso della scienza e il progresso della libertà fossero tanto intimamente legati da non potersi separare senza compromettere, se non annullare, lo stesso progresso. Ed egli sintetizzava questa sua convinzione nel motto: “libertà e verità”. Da ricordare in proposito un paio di frasi di Cattaneo: «Le menti libere sono in eterno moto; non possono essere unanimi se non nella verità. Val più il dubbio d’un filosofo che tutta la morta dottrina d’un mandarino e d’un frate»; «Dall’attrito perpetuo delle idee s’accende ancora oggidì la fiamma del genio europeo».
Cattaneo risulta così lontano dalla predicazione rivoluzionaria dei mazziniani per il suo riformismo, ed è altrettanto lontano dal programma realistico e pragmatico dei moderati per il suo radicalismo. Tutto questo ci fornisce le ragioni del suo sostanziale e crescente isolamento rispetto ai due maggiori partiti rappresentativi del pensiero e dell’azione del Risorgimento.
Cattaneo fu molto critico non soltanto nei confronti di Gioberti, accusato di avere una retorica fastidiosa, ma anche di Cavour, nella cui azione diplomatica vedeva soltanto abilità d’intrigo, astuzia e vanità, e non le grandi virtù costruttive. Parlò di «teatro», a proposito delle iniziative politico-diplomatico-militari di Cavour. E questo nonostante ci sarebbero da riscontrare molti punti di contatto tra la filosofia e la visione politica di Cattaneo e quelle di Cavour. Ma qui si riscontra tutto l’ideologismo di un Cattaneo intellettuale (quasi) puro. “Quasi”, perché ebbe anche un momento eroico, d’azione, nel corso delle Cinque Giornate di Milano, in cui seppe mostrare abilità e fermezza quale guida nell’insurrezione, ma diciamo che ci si ritrovò catapultato dentro, mentre dell’uomo d’azione non ebbe mai la vocazione.
Com’è noto, il 29 maggio successivo, cacciate dalla Lombardia le truppe austriache, asserragliate con Radetzky nella fortezza di Peschiera del Garda, il governo provvisorio lombardo, retto da uomini di fiducia del moderatismo e quindi filosabaudi, indisse un plebiscito per la fusione con gli Stati sardi: il risultato fu favorevole. Qui Cattaneo ruppe definitivamente con Mazzini che, giunto a Milano il 7 aprile, aveva immediatamente assunto un atteggiamento di collaborazione nei confronti di Carlo Alberto, in nome del raggiungimento dell’indipendenza italiana. Cattaneo, come del resto l’amico Giuseppe Ferrari, manifestò il suo atteggiamento di intransigente opposizione nei confronti dell’ingombrante presenza piemontese e interpretò quella che passerà alla storia come “prima guerra di indipendenza” alla stregua di una guerra di espansione sabauda e l’inizio della piemontesizzazione dell’Italia. Per quanto riguarda Mazzini, Cattaneo stimava moltissimo il valore dell’uomo, ma ne apprezzava assai meno l’idea politica. Ebbe non di rado parole di elogio per la sua opera di educatore e “riformatore” della coscienza nazionale, ma diffidava e talora avversava apertamente l’unitarismo mazziniano e la sua «dottrina d’assoluto accentramento», nella quale riteneva fossero insiti due pericoli:

  1. una inespressa ambizione dittatoriale, che potrebbe ovviamente degenerare in esiti antiliberali;
  2. un pretesto per compromessi degradanti con la monarchia o addirittura con il Papa, scelte politico-diplomatiche che dunque avrebbero indebolito l’azione repubblicana.

Ma quel che soprattutto ripugna e disgusta dei mazziniani al suo temperamento equilibrato di riformatore è l’inclinazione all’agitazione sterile, all’azione per l’azione. E anche qui, a differenza di Gioberti, mostra di essere il meno romantico tra i personaggi del Risorgimento che possiamo annoverare tra i “Padri della Patria”.
Su questo punto Cattaneo muterà un poco la sua posizione, quando negli anni Sessanta dell’Ottocento, ossia nell’ultimo decennio della sua vita, parlerà a più riprese dell’esigenza di avere una “nazione armata”, secondo l’esempio della Svizzera, ossia una società di cittadini capaci di autogoverno anche perché capaci di autodifesa. E qui si fa sentire più forte l’accento democratico del suo pensiero. La «nazione armata» del Cattaneo è il federalismo sotto l’aspetto militare, la teorica della libertà applicata all’esercito. Alla formula della federazione «ognuno padrone in casa sua», corrisponde l’altra formula, non meno nota e fortunata, della nazione armata: «Militi tutti, soldato nessuno».
Può risultare proficuo osservare un po’ più da vicino il liberalismo di Cattaneo, perché ci dice molto anche della sua idea di federalismo. In economia Cattaneo afferma il principio del libero scambio e difende la proprietà privata. Per quanto concerne la questione religiosa il suo laicismo è talora ispirato ad un protestantesimo liberale (sua moglie è inglese, Anna Pyne Bridges Woodcock) ed è sempre mosso da un acceso anticlericalismo. Richiede però la tolleranza di tutte le fedi e difende istituzionalmente il matrimonio civile, introdotto ai tempi della dominazione napoleonica con l’estensione a tutti i territori dell’Impero del Code Civil (o Code Napoléon). Secondo Norberto Bobbio, il programma di Cattaneo può essere definito contraddistinto da una combinazione di nazionalismo politico e cosmopolitismo culturale.
Rispetto al problema del Risorgimento il suo radicalismo liberale si dispiega nella polemica contro il Piemonte e Carlo Alberto, a cui attribuisce la maggiore responsabilità del fallimento dell’insurrezione lombarda e in genere della prima guerra d’indipendenza. Il suo repubblicanesimo cerca e trova giustificazioni nella storia d’Italia, a suo avviso una storia di repubbliche e non di re («Gridar la repubblica nelle valli di Bergamo o del Cadore è così naturale come gridare in Vandea viva il re!»). In Cattaneo l’idea della federazione italiana trae continuo alimento dalla storia dell’Italia comunale: l’antico comune è simbolo della libertà italiana per tutti i teorici della repubblica, da Giuseppe Ferrari a Giuseppe Montanelli. I gangli vitali della futura repubblica federale italiana dovranno essere i municipi, per designare i quali il Cattaneo adotta l’espressione dispregiativa del Gioberti, per rovesciargliela contro: “repubblichette”. Ma queste tutte insieme costituiranno il “repubblicone”, secondo il principio che «tra la padronanza municipale e l’unità nazionale non si deve frapporre alcuna sudditanza o colleganza intermedia». A questo repubblicone composto di repubblichette, non importa se anche minuscole, purché libere e indipendenti, Cattaneo darà il nome di Stati Uniti d’Italia. Scriveva Cattaneo in una lettera a Cristoforo Negri, il 27 febbraio 1854: «In un paese di popoli così diversamente educati, come l’Italia, è possibile dare anche a dieci stati un solo principe o una sola presidenza, o altra qualunque rappresentanza unica in faccia all’estero; ma nell’interno bisogna rispettare le istituzioni d’ogni popolo ed anche la sua vanità». Nella polemica contro i Savoia ci sono anche ragioni politiche e psicologiche:

  1. la constatazione dell’arretratezza della struttura politico-sociale del Piemonte rispetto alla Lombardia e ad altre regioni d’Italia (ma Cattaneo pensava soprattutto alla “sua” Lombardia);
  2. un geloso senso di orgoglio municipale che accetta alleanze ma non subisce egemonie.

Alla base di tutto sta comunque il principio federalistico.
Dopo gli avvenimenti del 1848-49 molti espressero il giudizio che essi avevano rappresentato il fallimento della guerra federale, e che quindi si fossero poste le premesse per la preparazione della guerra unitaria. Cattaneo, invece, partiva da un’opinione opposta e cioè che il fallimento del ’48 era stato dovuto all’intervento regio e al “fusionismo”. Pertanto, l’unica via d’uscita era la guerra federale. Invano si cercherebbe nei pochi scritti di Cattaneo in cui il problema federalistico è trattato di proposito una chiara delineazione dello Stato federale dal punto di vista giuridico e amministrativo: una teoria insomma della federazione di cui si potesse avvalere il giurista o l’uomo di Stato. Come accennato, il suo costante modello di riferimento sono gli Stati Uniti d’America e la Svizzera, e più quest’ultima della prima.
Una ragione di tale predilezione sta forse nel fatto che egli trascorse un lungo esilio a Lugano, dalla fine del 1848 fino alla morte, salvo breve parentesi di rientro in Italia. Bobbio dice che «forse proprio perché nella sua patria adottiva il federalismo si respirava nell’aria, egli non scese mai sul piano tecnico-istituzionale per farne oggetto di studio rigoroso, nelle sue ragioni storiche, nelle sue istituzioni e nel suo possibile trapianto, nonostante le insistenze degli amici (come Carlo Pisacane), ma si limitò a invocarlo come un rimedio miracoloso o a propugnarlo come un programma d’azione». Nell’atteggiamento di Cattaneo verso una teorizzazione del federalismo possiamo noi oggi rinvenire una delle cause del fatto che fino a tempi molto recenti questo orientamento politico-ideologico non è mai risultato vincente qui in Italia e fatica ad essere definito con precisione. Sovente è confuso con il localismo, il municipalismo, o il regionalismo. Il pensiero e l’opera di Cattaneo sintetizzano bene una simile confusione.
Il federalismo cattaneano non è se non lo sviluppo logico del principio che la libertà si conserva, come disse il Machiavelli, “tenendovi sopra le mani”, impedendo la formazione di leggi da parte di parlamenti lontani dai soggetti a cui le leggi sono destinate, conservando ciascun popolo presso di sé, in sede locale, i propri usi e costumi, le proprie leggi.
A differenza dei moderati, per Cattaneo la federazione non è tanto un espediente politico per il raggiungimento dell’indipendenza, non è un instrumentum regni, ma l’unica possibile «teorica della libertà», e quindi vale tanto per l’Italia quanto per l’Europa. Non è tanto allo Stato federale strettamente inteso che Cattaneo guarda, quanto all’idea di uno stato molto poco accentrato e molto poco interventista sotto ogni profilo. Il suo obiettivo è la maggiore libertà possibile, civile e politica, raggiungibile a suo avviso con una certa autonomia legislativa delle regioni, o degli stati, ma che per lui possono essere anche le città. Più precisamente, il federalismo cattaneano assumeva come base il distretto, composto di Comuni, e approvava la suddivisione in Piemonte, Liguria, Sardegna. Non condivideva, invece, la creazione dell’Emilia, dal momento che l’ex ducato di Parma e Piacenza era molto dissimile dalle Romagne, fino ad allora legazioni pontificie, sia sotto il profilo della forma di Stato sia dal punto di vista della disciplina legislativa. Avere una molteplicità di centri autonomi favorisce una maggiore partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica, che viene sentita davvero come cosa “di tutti”. Occorre dunque moltiplicare le istituzioni di autogoverno.
La guerra del ’48 era fallita perché non vi avevano concorso popoli liberi, ma principi inetti. Gli esempi positivi erano per Cattaneo Milano insorta, Roma repubblicana, Venezia ultima baluardo dell’indipendenza (proclamata il 2 aprile 1849 la resistenza ad oltranza, guidata da Daniele Manin, la città resisterà fino al 24 agosto 1849, quando dovrà capitolare sotto l’assedio degli austriaci e i colpi del colera; la capitolazione venne poi firmata il 26 agosto). Secondo Cattaneo, prima di combattere per l’indipendenza un popolo doveva essere libero nelle proprie istituzioni locali e nella mentalità collettiva dei suoi componenti, altrimenti avrebbe fatto il gioco del principe opportunista di turno, come accaduto nel 1848-49.
“Risorgimento” è inteso da Cattaneo anche come risveglio di un paese assopito e asservito da secoli. Di Gioberti non condividerà mai il progetto neoguelfo, ossia la federazione con presidenza papale, perché riteneva che il pontefice cattolico non nutrisse, né possa nutrire per il ruolo che riveste, un sentimento nazionale italiano che, per essere patriottico e soprattutto indipendentista, deve essere in qualche misura anche esclusivistico e pronto allo scontro militare per porre fine al dominio straniero. Il papa non può invece non guardare con simpatia anche agli austriaci, cattolici come e più di altri popoli europei.

Gioberti e Cattaneo: affinità e divergenze

Se il nome di Gioberti è legato al neoguelfismo, e quindi ad una forma di confederazione, quello di Cattaneo è invece legato al federalismo. Riprendendo una distinzione in voga tra gli studiosi inglesi, potremmo sostenere che Gioberti appartiene più al realismo del processo politico-diplomatico di unificazione italiana mentre Cattaneo all’idealismo del movimento culturale democratico e repubblicano che propriamente è denominato “Risorgimento”. Evidentemente la distinzione regge solo fino ad un certo punto, dal momento che Gioberti con l’idea del “Primato”, che costituisce un vero e proprio mito romantico, mostra in quella sua opera, più di altre, la propria originaria ispirazione romantica. Rivela, inoltre, il fatto che anche Gioberti è stato un giovane investito da quel fenomeno generazionale che fece della lotta per l’indipendenza italiana il proprio motivo di impegno politico, la propria ragione di vita, la “Causa” cui votarsi, con approcci e finalità politico-istituzionali differenti ma con la stessa identica determinazione.
Gioberti nella sua “svolta” politico-ideologica, che lo porterà da iniziali simpatie mazziniane ad un cattolicesimo liberale patriottico, non crederà più nell’iniziativa popolare, ma in un popolo ben guidato e formato da élites consapevoli e sinceramente patriottiche. Cattaneo, invece, accrescerà il suo lato democratico, “democraticistico”, che però, a differenza di Mazzini, più che nel culto del popolo-nazione, si concentrerà sulle virtù della società civile, e degli individui operosi di una società civile dinamica e progressiva. In questo, non crediamo siano corrette le interpretazioni di quegli storici che liquidano l’intero liberalismo italiano pre-quarantottesco e pre-unitario, Cattaneo compreso, come anti-individualistico e altresì cetuale-corporativistico.
Un’altra caratteristica comune ai due concerne un dato esistenziale che si verificò in tempi diversi della vita dei due, e che ebbe anche cause parzialmente diverse. Stiamo parlando dell’esilio. L’esilio fu una condizione che accomunò molti dei principali esponenti del Risorgimento italiano: Mazzini, Crispi, Garibaldi e appunto Gioberti e Cattaneo. Loro, assieme a tanti altri, trascorsero una parte importante della loro vita e della loro attività politica in esilio, a seguito di condanne processuali o talora come scelta volontaria. Sotto quest’ultimo aspetto, i nostri due differiscono e rivelano tratti importanti anche del loro carattere e del loro rapporto con la politica concreta, con la pratica politica. In particolare, dopo la repressione seguita agli eventi rivoluzionari del 1848-49 esularono praticamente tutti i capifila del movimento patriottico, che rappresentavano i più diversi orientamenti ideologici: moderati e repubblicani, unitari e federalisti, laici e cattolici.
Altro dato che accomuna i due: per motivi diversi, entrambi non saranno protagonisti nella seconda
fase, decisiva, del processo di unificazione. Gioberti, per il semplice fatto che morirà nel 1852, Cattaneo perché si sottrarrà volontariamente alla vita pubblica e all’impegno politico, rifugiandosi in esilio, prima obbligato poi, all’indomani del 1860, sostanzialmente volontario, a Lugano, in Svizzera, dove appunto morirà nel 1869 (per la precisione a Castagnola), dopo aver rifiutato di partecipare ai lavori parlamentari della nuova Camera dei deputati nazionale, a cui era stato comunque eletto, a testimonianza di un certo seguito che aveva soprattutto in Lombardia. A seguito dell’impresa dei Mille, Cattaneo, come gli altri principali esponenti del movimento democratico-repubblicano (Mazzini, Crispi e Giuseppe Ferrari), si era recato a fine settembre del 1860 a Napoli, nell’estrema speranza di poter configurare per il Meridione una prospettiva istituzionale diversa dall’annessione al Regno di Sardegna. Sua intenzione era quella di indire, prima del plebiscito, l’elezione di un’assemblea legislativa che potesse garantire un certo grado di autonomia delle regioni meridionali.
Cattaneo incontrò Garibaldi, ma come sappiamo, le cose andarono in altro modo: l’incontro di Teano e la connessione dell’impresa garibaldina con la politica sabauda e cavouriana. Nel proclama del 28 novembre 1860 Garibaldi dichiarava infatti la propria posizione, in cui l’obiettivo dell’unità e dell’indipendenza dallo straniero aveva la priorità assoluta su qualsiasi questione di carattere istituzionale: «io non mi curo che il ministero si chiami Cavour o Cattaneo, ciò che mi preme si è che il 1° marzo 1861 trovi Vittorio Emanuele alla testa dei cinquecentomila soldati». Infranta così quest’ultima speranza, Cattaneo scelse di tornarsene nell’esilio svizzero, e appunto questa volta non per imposizione, bensì volontariamente. Ma prima di andarsene scrisse un articolo uscito nello stesso 1860 sulla nuova serie della sua rivista “Il Politecnico” e intitolato Ugo Foscolo e l’Italia. Il mito del primo patriota (italiano) esule dell’età contemporanea era questa volta utilizzato per dichiarare l’avversione maturata dal teorico del federalismo nei riguardi della soluzione monarchica e piemontese che aveva in ultimo vinto la partita dell’unificazione e dell’indipendenza. Scriveva Cattaneo: «Ugo Foscolo diede alla nuova Italia una nuova istituzione: l’esilio!». La biografia del poeta veniva riletta con l’intento di dimostrare che egli non si era mai abbassato alle soluzioni di compromesso, le quali apparivano a Cattaneo connaturate al carattere italiano, condizionato per secoli dalla servitù politica e dalla Chiesa cattolica.
Dopo essere stato eletto nel 1860 nel parlamento subalpino (ma a Torino non si recò mai per non prestare giuramento di fedeltà alla Corona sabauda), Cattaneo partecipò alle elezioni del 1867 nel periodo in cui Firenze era stata eletta a capitale del neonato Regno d’Italia. Si recò a più riprese nel capoluogo toscano, dal 31 marzo al 18 aprile 1867, ma non entrò mai in aula, sempre per il solito motivo: non prestare giuramento di fedeltà alla monarchia. La candidatura, sia nel 1860 sia nel 1867, e quindi l’elezione per ben due volte a distanza di circa sette anni, erano state da Cattaneo accettate solo come un gesto di protesta morale, un modo per dichiarare pubblicamente il proprio rifiuto della forma di Stato e di governo che l’Italia aveva ufficialmente assunto nel marzo del 1861. Sotto questo punto di vista, Gioberti (e a maggior ragione il Gioberti riletto da Giovanni Gentile alla vigilia dell’avvento del fascismo al potere) e Cattaneo rappresentano due mondi diversi, i due campi antagonisti della intellettualità italiana: l’arci-italiano e l’anti-italiano, secondo uno schema che è giunto fino ai giorni nostri. D’altronde, uno, Gioberti, fu un vincitore, l’altro, Cattaneo, un vinto della/dalla storia. Ma la storia prosegue, si trasforma e oggi probabilmente la situazione è diametralmente opposta, e il vinto di un tempo è il vincitore dell’oggi, in cui tanto si parla e si opera in senso più o meno “federalista”, aggettivo divenuto parola di uso corrente, sorta di passe-partout per ottenere consensi politici e apparire al passo con i tempi. Per sapere quanto sia moda passeggera e quanto sia necessità storica duratura, ai posteri l’ardua sentenza.