Presentazione del volume “La scoperta della destra”

Presentazione del volume

La scoperta della Destra

Il Movimento sociale italiano e gli Stati Uniti

di Gregorio Sorgonà

Viella 2019

 

 

 

Martedì 25 giugno 2019, alle ore 17.30, nella sede della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice (piazza delle Muse 25, Roma) sarà presentato il volume di Gregorio Sorgonà La scoperta della Destra. Il Movimento sociale italiano e gli Stati Uniti, Viella 2019.

Con l’autore interverranno Andrea Guiso, professore di Storia contemporanea nell’Università di Roma Sapienza, e Giuseppe Parlato, presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice e ordinario di Storia contemporanea nella Unint di Roma.

 

Sinossi

Prendendo come punto di osservazione la rappresentazione della politica statunitense durante i decenni della guerra fredda e negli anni immediatamente successivi alla sua fine, questo volume ricostruisce la storia del Movimento sociale italiano indagando anche come il Msi abbia accolto la cultura americana veicolata attraverso il cinema, la musica e i mezzi di comunicazione di massa. Infine, giovandosi di documentazione archivistica, sono ricostruiti gli sporadici e infruttuosi tentativi che i dirigenti del partito operano per istituire rapporti con la politica statunitense. Attraverso lo specchio americano, il libro restituisce continuità, discontinuità e differenziazioni della cultura politica del Msi dalle origini alla nascita di Alleanza Nazionale.

 

L’autore

Gregorio Sorgonà collabora all’attività scientifica della Fondazione Gramsci ed è segretario del suo Consiglio di indirizzo scientifico. I suoi studi sono concentrati prevalentemente sulla storia d’Italia in età repubblicana.

Catello Cosenza, il professore tra accademia e umanità

Mercoledì 19 giugno 2019, presso la sede della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, si è tenuto un commosso e sentito ricordo del Prof. Catello Cosenza, ordinario di Economia Politica alla Facoltà di Scienze Politiche della Sapienza di Roma, a dieci anni dalla scomparsa.

Ad aprire la discussione sul contributo umano e scientifico di Cosenza è stato il Dott. Nicola Benedizione, consigliere di amministrazione della Fondazione che, introducendo all’uditorio presente la figura del Professore, ha evidenziato in particolare il rapporto di amicizia con la Fondazione.

Il primo contributo del pomeriggio è stato affidato al Prof. Adriano Giannola dell’Università Federico II di Napoli. Da economista, Giannola ha ricordato, con particolare vicinanza umana e partecipazione alla vicenda, il rapporto tra Cosenza e il Banco di Napoli, soffermandosi sull’eredità umana e culturale della complessa fase di liquidazione del Banco stesso che li vide partecipi. Il professore, in chiusura, ha dato spazio ai ricordi personali, in particolare ai reciproci stimoli culturali e al legame tra Cosenza e la città di Napoli.

L’Ambasciatore Maurizio Serra, secondo contributo del “Ricordo”, ha richiamato in apertura del suo intervento gli anni di formazione universitaria e il primo incontro con il Prof. Cosenza. Molto interessante lo spunto di riflessione fornito dall’Ambasciatore sulla dimensione pedagogica di Cosenza, particolarmente umile e attento ai giovani.

Il terzo contributo, quello del Dott. Paolo Massa, si è incentrato sull’aspetto culturale e sulla figura di “Maestro” non convenzionale di Cosenza. Particolarmente significativo il parallelo tra lo stesso e l’indimenticabile Keating, interpretato da Robin Williams nell’Attimo fuggente di Peter Weir. In chiusura, Massa ha indicato nella multidisciplinarità la chiave di lettura del pensiero di Cosenza.

Il profilo multidisciplinare del Prof. Cosenza è stato evidenziato anche dalla Prof.ssa Cristiana Abbafati della Sapienza, allieva del Professore e sua stretta collaboratrice scientifica. La professoressa ha presentato, in una sintetica ed esaustiva relazione, l’opera scientifica di Cosenza. Diversi i temi segnalati: dall’economia alla figura dell’economista, fino ad arrivare al complesso rapporto tra politica e scienza economica. La testimonianza della Prof.ssa Abbafati si è conclusa, con un momento di commozione, sul ricordo del carattere spigoloso e sincero del Prof. Cosenza.

Un gradito “fuori programma” è stato affidato a due spontanei contributi sulla figura di Cosenza: quelli del Prof. Augusto Sinagra e del Prof. Gianfranco Lizza, amici, prima che colleghi presso l’A­teneo romano, del Professore. Sinagra si è soffermato sulle idee politiche di Cosenza e sulla sua lettura del fascismo, vissuto non solo come ideale, ma soprattutto come attenzione primaria alle problematiche sociali. Lizza ha invece parlato della collaborazione universitaria con Cosenza e delle peculiarità culturali del Professore, racchiuse nell’espressione “genio e sregolatezza”.

Dopo i due sentiti ricordi appena citati, la parola è passata al Prof. Paolo Simoncelli che, con il rigore che lo contraddistingue, ha ricostruito in maniera dettagliata la biografia di Cosenza, evidenziando, oltre ai ricordi accademici – frutto di un rapporto maturato nell’arco di moltissimi anni di vicinanza –, alcune interessanti e significative vicende familiari.

L’incontro si è concluso con la testimonianza del Prof. Francesco Pezzuto e con il commosso ricordo familiare di Bruno Cosenza, fratello del Professore, presente tra il pubblico.

Le svolte del 1919 nel convegno in Fondazione

Giovedì 13 giugno 2019, dalle ore 16.00, si è tenuto nella Sala della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice il Convegno di studi “La svolta del 1919”.

II convegno si è articolato sulle quattro date principali dell’anno, a livello politico: 18 gennaio, nascita del Partito Popolare Italiano di don Luigi Sturzo; 23 marzo, nascita dei Fasci di Combattimento di Benito Mussolini; 12 settembre, entrata in Fiume di Gabriele d’Annunzio; 16 novembre, elezioni politiche per la prima volta con il sistema proporzionale voluto da Francesco Saverio Nitti.
Quello fu l’anno della nascita dei partiti di massa in Italia e la risposta delle istituzioni fu la trasformazione in senso proporzionale del sistema elettorale; ma fu anche l’anno di d’Annunzio e della impresa di Fiume, il secondo grave vulnus all’Italia liberale (il primo fu la dichiarazione di guerra e il terzo fu la marcia su Roma). Il 1919 fu anche l’anno del massimalismo socialista, quel massimalismo che nei fatti impedì la creazione di un governo stabile e autorevole in Italia dopo le elezioni; ma fu l’anno in cui gli intellettuali pensarono che la rivoluzione fosse possibile, non quella socialista, più volte sbandierata e mai realizzata, ma quella “nazionale”, erede della guerra e del clima di battaglia del dopoguerra.
Del 1919, anno di nascita di due delle grandi famiglie politiche del Novecento, i cattolici democratici e i fascisti, si è dunque parlato  nel convegno,  così articolato:

Giovanni Dessì, docente di Storia delle dottrine politiche, Università di Roma Tor Vergata, segretario generale dell’Istituto Luigi Sturzo.
La nascita e il significato del Partito Popolare Italiano

Giuseppe Parlato, docente di Storia contemporanea, Unint di Roma, presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice
Da San Sepolcro a Fiume

Simonetta Bartolini, docente di Letteratura Italiana contemporanea, Unint di Roma
Il diciannovismo degli intellettuali

Andrea Ungari, docente di Storia contemporanea, Università Guglielmo Marconi di Roma
Il ‘19 del Re

Silvio Berardi, docente di Storia contemporanea, Università Niccolò Cusano di Roma
Nitti e la proporzionale, con uno sguardo all’Europa

Ha coordinato
Gianni Scipione Rossi, vice presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice.

Gli atti del convegno saranno pubblicati nel n. 2/2019 degli Annali della Fondazione.

Il corso di formazione 2018-2019

La Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, nell’anno scolastico 2018- 2019 e in continuità con i tre anni precedenti, ha svolto, con la direzione del prof. Rodolfo Sideri, attività di formazione destinata ai docenti di Scuola Secondaria di II grado, in particolare di discipline umanistiche. Un’attività, quella formativa, che, rivolta a docenti e studenti, è una delle peculiarità da molti anni della Fondazione, interessata non solo alla conservazione e alla produzione culturale storica e filosofica, ma altresì a divulgarne gli esiti e le nuove prospettive a una platea più larga di quella degli studiosi.
Il corso di formazione dei docenti si è intitolato appunto Nuove prospettive storiografiche e si proposto di offrire, con un metodo seminariale, una pano- ramica approfondita delle più recenti letture e interpretazioni storiografiche della storia contemporanea e della storia economica, spesso trascurata nello svolgimento dei programmi scolastici, a detrimento di un migliore intendimento delle vicende storiche.
Per l’anno scolastico 2018-2019, il corso si è svolto a partire da dicembre 2018 ed è terminato, come da direttiva dell’Usr Lazio, a maggio, con un esame conclusivo sulle tematiche affrontate. Nello specifico, il prof. Giuseppe Parlato, presidente della Fondazione, si è occupato della storia politica del secondo dopoguerra; il dott. Marco Zaganella ha trattato dei problemi economici del secondo dopoguerra; il prof. Danilo Breschi ha tenuto lezione sul Sessantotto e i fenomeni ad esso connessi; il prof. Silvio Berardi si è occupato di storia delle relazioni internazionali del secondo dopoguerra; infine, il prof. Rodolfo Sideri ha analizzato le principali tematiche della filosofia italiana tra il 1945 e il 1968.

Attualità del pensiero di Augusto del Noce: convegno a Trieste

La Fondazione ha patrocinato il convegno di studi “Augusto Del Noce. Attualità del suo pensiero”, svoltosi a Trieste il 30 e 31 maggio 2019, per iniziativa della Lega Nazionale e della Fondazione Augusto Del Noce. Il convegno ha ottenuto il patrocinio anche del Senato della Repubblica, del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, del Cnr, del Comune di Trieste, dell’Università di Trieste e della Regione Friuli Venezia Giulia. Il presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, Giuseppe Parlato, ha tenuto la relazione Del Noce, Baget Bozzo, Gedda: Resistenza, “partito cristiano” e crisi del centrismo.

La transizione dal fascismo e dal franchismo alla democrazia, convegno Italo-spagnolo

Presso la Escuela Española de Historia y Arqueología en Roma (EE- HAR), organismo della Agencia Estatal Consejo Superior de Investigaciones Científicas (CSIC), si è tenuto il 14 maggio 2019 a Roma il convegno internazionale sul tema “La transizione del fascismo e del franchismo alla democrazia”. Il convegno è stato organizzato, oltre che dall’ente spagnolo ospitante, dall’Università della Tuscia, dall’Università di Navarra, dalla Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, con il sostegno del Governo di Spagna e dell’Unione Europea. Giuseppe Parlato, ordinario di Storia contemporanea nella Unint di Roma e presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice ha tenuto la relazione “Pro aris et focis”. Luigi Gedda e il progetto cattolico nazionale nell’Italia degli anni Cinquanta. Andrea Ungari, docente di Storia contemporanea nella Università Guglielmo Marconi di Roma e componente il CdA della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, ha tenuto la relazione I monarchici e la Chiesa Cattolica negli anni della transizione 1944/1946.

Le iniziative per gli anniversari di Ugo Spirito e Renzo De Felice

Nel 2019 ricorrono due anniversari di grande rilievo per la Fondazione e per la cultura italiana. L’8 aprile 1929 nasceva a Rieti lo storico Renzo De Felice, prematuramente scomparso il 25 maggio 1996. Il 28 aprile 1979 moriva a Roma il filosofo Ugo Spirito. La Fondazione è nata nel 1981 intorno alla biblioteca e all’archivio del pensatore aretino ed è stata presieduta da De Felice dal 1992 fino alla scomparsa.

In considerazione di questi anniversari il Consiglio di Amministrazione sta predisponendo un vasto progetto di iniziative, che si potranno svolgere anche grazie alle previsioni della Legge di Bilancio, che ha varato il sostegno a un programma “straordinario di inventariazione, digitalizzazione e diffusione dei fondi librari e archivistici posseduti dalla Fondazione, nonché della promozione di ricerche e convegni per ricordare il pensiero del filosofo e l’opera dello storico”.

A questo fine il Consiglio di Amministrazione ha deliberato la costituzione di un Comitato Scientifico e di un Comitato organizzativo per definire e coordinare le varie iniziative che avranno luogo nel biennio 2019-2020.

Saranno bandite due borse di studio per neolaureati in materia storica e filosofica.
Saranno pubblicati in volume le prefazioni scritte da Renzo De Felice e gli articoli giornalistici di Ugo Spirito.
Sarà completata la pubblicazione del carteggio Spirito-Bottai e di altri inediti del filosofo aretino.
Seminari e convegni su Spirito e De Felice si terranno nel corso del biennio.
Alle iniziative sarà dedicato un portale nell’ambito del sito web della Fondazione. Gli Annali pubblicheranno gli Atti dei convegni.

Il Novecento attraverso i giornali, il caso di Mino Pecorelli

Giovedì 28 marzo 2019 si è tenuto nella sala della Fondazione un incontro sul tema Inchieste, scoop, impegno civile. Il giornalismo di Mino Pecorelli: “Op-Osservatore Politico” 1978-1979.
Ha coordinato Nicola Rao, vicedirettore Tgr Rai, saggista, consigliere d’amministrazione Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice. Sono intervenuti Paolo Patrizi, giornalista, già caporedattore di “OP-Osservatore Politico”, e Gianni Scipione Rossi, direttore del Centro Italiano di Studi Superiori per la Formazione e l’Aggiornamento in Giornalismo Radiotelevisivo e vicepresidente Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice.
Il settimanale “OP-Osservatore Politico” fu fondato e diretto dall’avvocato e giornalista Carmine (Mino) Pecorelli (1928-1979). Nato a Sessano del Molise, nel 1944 Pecorelli, appena sedicenne, si arruolò nel II Corpo d’armata polacco in quel periodo attivo nella zona nella guerra contro i tedeschi. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale si diplomò a Roma; successivamente si trasferì a Palermo, dove si laureò in legge.
Tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta lavorò nella capitale come avvocato. Divenne esperto di diritto fallimentare e fu nominato capo ufficio stampa del ministro Fiorentino Sullo, iniziando così ad entrare nell’ambiente del giornalismo.
Dopo un periodo a “Nuovo Mondo d’Oggi”, nel 1968 Pecorelli fonda “OP” come agenzia di stampa ciclostilata, che si distinse per le informazioni su politici, militari e magistrati, grazie anche alle relazioni del direttore con esponenti dei servizi segreti. All’inizio del 1978 “OP – Osservatore Politico” si trasformò in una rivista. Il primo numero uscì il 28 marzo il sottotitolo “Settimanale di fatti e notizie”. Privo di pubblicità, il settimanale ebbe un notevole successo e arrivò a diffondere in edicola 20mila copie. Fu un giornale di inchiesta e denuncia della corruzione e dei legami tra affari e politica, nel solco dell’antipartitocrazia che si era andata diffondendo con la crisi del centro sinistra.
Gli scoop più rilevanti di “OP” furono le ultime lettere di Aldo Moro prigioniero delle Brigate Rosse e un’inchiesta sulle presunte attività illecite di esportazione di valuta e contrabbando condotte dalla Guardia di Finanza sotto il comando del generale Raffaele Giudice. L’assassinio del direttore Pecorelli, avvenuto a Roma il 20 marzo 1979 e rimasto impunito, causò la cessazione della rivista. L’ultimo numero uscì il 27 marzo di quell’anno.
La collezione 1978 della rivista è conservata nell’emeroteca della Fondazione. Disponibile è anche la collezione del settimanale “OP nuovo”, che vide la luce tre anni dopo l’omicidio di Pecorelli, con la direzione di Paolo Patrizi, affiancato da Adelchi Perissinotto, Stefano Rossi e, per un periodo, da Sergio Tè. Fu un’esperienza editoriale di breve durata. Ne uscirono undici numeri (31 marzo-9 giugno 1982).

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L’intervento introduttivo di Nicola Rao

40 anni fa, esattamente il 20 marzo 1979, in via Orazio, quartiere Prati, a due passi dalla sede del suo giornale (via Tacito), 5 km in linea d’aria da questa sala, il giornalista cinquantenne Mino Pecorelli veniva ucciso con 4 colpi di pistola sparati a distanza ravvicinata attraverso il finestrino della sua auto, subito dopo essere salito a bordo.

Oggi ci ritroviamo qui, non per parlare della sua morte ( né delle ipotesi e delle inchieste su mandanti ed esecutori, che purtroppo non hanno ancora accertato nulla) ma per parlare della sua vita. Soprattutto della sua vita professionale. Ci sono delle persone che spesso vengono identificate con un’etichetta, un aggettivo, una definizione che le accompagnano per tutta la vita e oltre. E che vengono ricordate o conosciute con quel marchio perenne. Nel bene e nel male. Io, per cultura, ma anche per formazione e per deformazione professionale, ho sempre diffidato dei luoghi comuni e delle verita’ assiomatiche. Ho sempre coltivato il dubbio e pensato che non sempre le cose stanno come ce le raccontano o come tutti credono. Ecco, Mino Pecorelli è vissuto, morto ed ancora oggi, dopo 40 anni, ricordato con una serie di etichette o definizioni che vengono ripetute e si tramandano di padre in figlio: ricattatore, uomo della massoneria e/o dei servizi segreti, portavoce e portatore di affari e gruppi di pressione e/o interessi. Provocatore e chi più ne ha più ne metta. Gianni ed io, come componenti del cda di una fondazione di ricerca storica sul Novecento, come la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, abbiamo pensato che fosse interessante ed ancora corretto, storicamente e giornalisticamente, provare a scardinare la corazza del luogo comune e vedere se dentro o dietro ci fosse qualcos’altro a proposito di Mino Pecorelli. Ed abbiamo trovato molto altro. In effetti.

Sinteticamente, chi era Mino Pecorelli? Nato in un paesino del Molise nel v1928 ha vissuto tante vite diverse dentro una sola vita, come molti della sua generazione.

Comincia presto ad aggredirla, la vita. Appena quindicenne, lui giovane molisano, ad aggregarsi, come volontario al Secondo Corpo Polacco, comandato dal generale Anders, che combattè a fianco degli inglesi a Cassino, Montelungo e Ancona. Tenete a mente questo episodio, perchè è importante per il suo futuro e ne riparleremo.

Dopo la guerra si laurea in legge, diventa avvocato e contemporaneamente si avvicina agli ambienti dell’allora ministro democristiano Fiorentino Sullo. Anche questa esperienza sara’ importante. Poi la passione prevale sul resto. E nel 67, lascia di fatto l’attività legale per tuffarsi nel giornalismo. Fonda, con altri colleghi, il settimanale ‘Nuovo mondo d’oggi’, il 19 novembre fa il suo primo grande scoop: un’intervista all’ufficiale dei parà Roberto Podestà che sostiene di essere stato incaricato di rapire e uccidere l’allora premier Aldo Moro nel 64 e darne la colpa all’estrema sinistra. Fino a quando, il 20 ottobre 1968, non dà vita ad una nuova testata: l’agenzia settimanale Op. Prima con Franco Simeoni, che come lui veniva da Nuovo Mondo d’Oggi, poi, per qualche mese, con l’ufficiale del Sid, Nicola Falde ed infine con colui che sarà il suo braccio destro, ma anche sinistro, fino alla fine: Paolo Patrizi.

Dal 68 al 78, per dieci anni, Pecorelli invierà ad un migliaio di persone, tra addetti ai lavori e ad abbonati, il ciclostile della sua agenzia, piena di scoop, anticipazioni, retroscena, sul mondo della politica, delle forze armate, dei servizi segreti, dei misteri d’Italia, ma anche della chiesa e della massoneria. Le fonti da cui Pecorelli attinge le notizie sono tante e le più disparate. Ma sono tutte fonti di prima mano e, spesso, di grande spessore.

Vorrei citarne alcune che, a mo’ di esempio, enuclea un atto ufficiale e terzo, come la sentenza di primo grado per il suo omicidio, emessa 20 anni dopo la sua morte. Leggo testualmente: i generali Miceli, Falde e Maletti del Sid, i politici Evangelisti, Bisaglia, Piccoli, colombo, Danesi, Carenini, De Cataldo. Il comandante generale dei Carabinieri Mino. Federico Umberto D’Amato dell’Ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno. I magistrati D’Anna, Alibrandi, Infelisi, Testi. Gli industriali e/o affaristi Walter Bonino e Flavio Carboni. E Inoltre Tommaso D’Addario dell’Italcasse. Ezio Radaelli impresario degli spettacoli, l’avvocato Gregori, gli alti ufficiali dei carabinieri Antonio Varisco e Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Certo, ci sono stati e ci saranno sempre giornalisti politici che hanno rapporti privilegiati con fonti della politica, giornalisti investigativi e giudiziari che ne hanno con fonti dei servizi, forze ordine e magistratura, giornalisti economici con imprenditori e vertici di aziende e banche. Ma che un solo giornalista riesca ad intessere rapporti e ad attingere notizie da tutti questi mondi non ne ricordo a memoria. Forse il solo Bruno Vespa, che infatti, nei suoi libri annuali recupera episodi e retroscena, ma Pecorelli ogni settimana usciva con pagine e pagine di notizie e indiscrezioni continue, un esempio secondo me unico nel panorama giornalistico italiano.

I rapporti con il mondo militare e dei servizi aveva cominciato a crearseli durante la sua esperienza militare durante la guerra. Quelli con il mondo politico e democristiano durante la sua avventura con Fiorentino Sullo. Ma poi questi rapporti li aveva ampliati ed estesi a dismisura.

Brevemente, nel marzo 78, in coincidenza casuale ma inquietante con via Fani, Pecorelli decide di passare dall’agenzia per abbonamenti al settimanale cartaceo da vendere in edicola. A 500 lire a numero. Quasi 60-70 pagine, con tanto di cruciverba finale ed indice dei nomi citati, come se fosse un libro.

Il caso Moro, la strage di via Fani, i 55 giorni della sua prigionia, la sua morte il 9 maggio, saranno il perno attorno a cui ruoterà, fino alla fine l’avventura di Op e di Mino Pecorelli. Il giornalista ne era ossessionato. Capiva e scriveva che dopo quella vicenda, nulla sarebbe stato più come prima. La Democrazia Cristiana, il Palazzo, i sistemi e i gruppi di potere, quella che sarebbe poi passata alla storia come Prima Repubblica, ne avrebbero risentito in maniera devastante e irrimediabile.

Durante i 55 giorni, Pecorelli si schiera con il Psi per la trattativa con le Br. Il 18 aprile primo scoop, copertina con la frase ‘’Il mio sangue ricada sulle teste di Cossiga e Zaccagnini’’ (lettera rimasta segreta, inviata da Moro al professor Tritto l’8 aprile). Poi, dopo il ritrovamente del cadavere del presidente della Dc, comincia a pubblicare scoop. Il 13 giugno pubblica 3 lettere inedite del presidente. Il 1 ottobre, arrestati vertici Br via Montenevoso e trovato parte del memoriale Moro.

Poi il 17 ottobre 1978 nella rubrica lettera al direttore pubblica una strana missiva, di cui non cita il mittente, che recita cosi: ‘’Signor direttore, permetta un piccolo scritto ad un suo affezionato lettore, che dopo l’estate si è posto una domanda: Cossiga sa tutto su Moro ma non parla. E si è risposto da solo: Non parlerà mai, altrimenti…’’.

E più avanti: <Cossiga sapeva tutto, sapeva persino dov’era tenuto prigioniero., dalle parti del ghetto…(ebraico). Dice: il corpo era ancora caldo… Perché un generale dei Carabinieri era andato a riferirglielo di persona nella massima segretezza. Dice: perché non ha fatto nulla? Risponde: il ministro non poteva decidere nulla su due piedi, doveva sentire più in alto, e qui sorge il rebus: quanto più in alto, magari sino alla loggia di Cristo, in Paradiso? Fatto sta, si dice, che la risposta il giorno dopo, quando la sentenziò, fu lapidaria: abbiamo paura di farvi intervenire perché se per caso a un carabinieri parte un colpo e uccide Moro oppure i terroristi lo ammazzano, chi se la prende la responsabilità ? Risposta da prete.

E poi: <Ci sarà solo da immaginare, caro direttore, chi sarà l’Anzà della situazione. Ovvero quale generale dei Cc avrà trovato suicida o morto per veleno (Borghese docet) o in un incidente a Ibiza…

E si conclude: <E se toccasse proprio al ministro? Speriamo di no. Ci è simpatico e poi è il cognato di Berlinguer e l’epoca di Sarajevo è un po’ lontana, non le pare? Purtroppo il nome del generale Cc è Noto: amen. Il fatto è vero, che ne pensa, uscirà  allo scoperto o no?>.

E in apertura dello stesso numero lungo pezzo pro Dalla Chiesa dal titolo: <perché solo adesso? Dalla Chiesa si presenta: arrestati probabili autori del sequestro Moro. Lodi dalla stampa le felicitazioni dal governo. Un solo interrogativo: perché solo ora e non durante il sequestro Moro?>. Del resto, tutto fa ritenere che fosse stato lo stesso Dalla Chiesa la ‘fonte anonima’ della lettera non firmata e che il generale dei Carabinieri, citato come ‘Amen’, fosse lo stesso Dalla Chiesa.

E proprio in questi giorni di ottobre, accanto ad altri giovani colleghi, entra in scena anche un giovane aspirante giornalista, Gianni Scipione Rossi. Che comincia a collaborare con la redazione di via Tacito.

 

Giorno del Ricordo: al Quirinale la prolusione di Giuseppe Parlato

Il 9 febbraio 2019 il presidente della Fondazione Giuseppe Parlato ha tenuto una prolusione alla cerimonia ufficiale per il Giorno del Ricordo al Quirinale.

 

Il testo della prolusione

La celebrazione del Giorno del Ricordo non è soltanto un fatto rituale: infatti esso ha avuto diversi aspetti positivi. Il più importante fra tutti è una prima conoscenza del dramma delle foibe e dell’esodo nelle scuole e nelle università. Se ciò succede il merito va tutto al ruolo istituzionale  che da tre lustri il Giorno del Ricordo ha avuto, il quale non ha nulla – checché i suoi detrattori affermino – di rivendicativo, di nostalgico, di rancorosamente divisivo.
Visto nella sua giusta luce e nella ratio che vide convergere allora il voto favorevole della stragrande maggioranza delle forze politiche, esso si qualifica come un evento fondato su due momenti.
Il primo è il ricordo, la considerazione delle vittime e degli esuli, di coloro i quali scelsero di restare italiani; una vicenda ancor più pesante nella memoria di ciascuno e di tutti perché negata per ben oltre mezzo secolo e quindi ferita aperta e dolorante nella storia della comunità nazionale.
Il secondo momento è quello della storia e quindi la necessità della conoscenza, dell’approfondimento, della ricerca della verità a tutti i livelli.
Per molto tempo, foibe ed esodo, nella migliore delle ipotesi, sono state confinate a storia locale, drammatica, forse, ma pur sempre di confine e, come tale, confinata tra le vicende tristi ma non così rilevanti per la storia nazionale o europea.
Invece occorre spiegare ai giovani che si tratta di una storia che ha provocato una grave ferita a tutto il tessuto nazionale, a una comunità già sofferente per la guerra, che ha avuto diverse migliaia di morti quando già l’Italia era uscita dal conflitto, proiettando un’ombra lunga sul dopo che in realtà si è chiamato esodo. E l’esodo, a dimostrazione che si trattava di una storia italiana e non locale, si è esteso, nelle sue conseguenze a tutta Italia, e anche oltre Oceano. Ne sono testimonianza gli oltre cento campi profughi sparsi da Torino ad Alghero, da Taranto a Trieste, da Latina e da Roma fino alla Sicilia. E in tutte le regioni, altri italiani hanno conosciuto famiglie italiane di profughi. E spesso, questi profughi, che erano fuggiti dalla dittatura jugoslava inseguiti dall’epiteto di “fascisti”, in Italia venivano additati talvolta come “slavi”, come stranieri, più spesso come fascisti.
Una storia italiana, quindi, fatta di solidarietà umana– tanti sono i racconti che lo testimoniano – ma anche di odio politico, e anche in questo caso vi sono tante pagine a ricordarcelo, da parte di chi non  tollerava che qualcuno fosse fuggito dal presunto paradiso del popolo.
Ma questa è anche una storia di lungo periodo. E’ abitudine contestualizzare le vicende accadute nell’Adriatico Orientale collocandone le origini nel periodo successivo alla fine della prima guerra mondiale. Certo, lo scontro fra nazionalismi da un lato e l’ideologia e la prassi del comunismo titino dall’altro hanno determinato questa tragedia.
Ma per ben comprenderla occorre ricordare che queste vicende affondano le loro radici nell’Ottocento, nello scontro tra nazionalità che un impero multinazionale favoriva. Non solo. La secolare presenza italiana in Istria, in Dalmazia, a Fiume e nella Venezia Giulia testimonia come la nazionalità italiana  fosse presente anche senza bisogno di uno Stato. Per secoli gli abitanti di quelle terre, così come chi abitava la Penisola, si sono sentiti italiani ben prima che esistesse l’Italia.
Per costoro Italia significava potere parlare la lingua dei padri, potere riconoscere le proprie radici nella fede, nella cultura, nei monumenti. Italia, in altri termini voleva dire autonomia culturale, identità e appartenenza che non si trasformavano in nazionalismo ma rappresentavano il diritto di esprimersi in una lingua che da Dante in poi aveva caratterizzato questa parte di mondo.
Ecco perché questa vicenda è paradigmatica per comprendere anche la natura della identità culturale italiana, formatasi nel Risorgimento mazziniano, nel rispetto delle identità altrui, senza venire meno alla propria ma senza pensare che la propria debba schiacciare le altre.
La storia deve diventare la protagonista di questa tragedia per contribuire a fare luce sulle tante pagine strappate. Si è prima accennato alla strage di Vergarolla. Siamo nell’estate del 1946, l’Italia è da due mesi Repubblica e questa spiaggia vicino a Pola era ancora, formalmente, territorio italiano. Le vittime accertate di questa tragedia nella tragedia sono “solo” 64 o 65. Ma pare che a causa dei corpi straziati e irriconoscibili il numero possa arrivare a cento. Forse di più. Ci sono ipotesi sulle cause della strage ma la verità è che finché non vedremo bene le carte della ex Jugoslavia non sapremo molto di più. Finora l’evento è stato tramandato dai superstiti e dai loro figli che ne hanno parlato in libri, documenti, testimonianze. Ma la storia ha bisogno di altro. Ha bisogno che gli archivi si aprano anche all’estero, che i documenti raccontino, che gli strumenti della metodologia della ricerca storica si mettano a disposizione di questa enorme tragedia che deve diventare storia anche grazie alle istituzioni dello Stato, che possano favorire la consultazione dei documenti a livello internazionale. Affinché queste vicende trovino spazio nei manuali scolastici, siano oggetto di dibattiti scientifici, senza pregiudizi ideologici, senza barriere e senza demonizzazioni.
Credo che questo noi dobbiamo alle vittime. Quando, fra cento anni, anche i discendenti degli esuli saranno scomparsi e con loro quel pathos che fortunatamente ci hanno tramandato, che cosa resterà della memoria se la storia non avrà fatto la sua parte?

La Fondazione a Todi per il Giorno del Ricordo

Il 10 febbraio del 1947, con la firma trattati di pace di Parigi, l’Italia perdeva l’Istria, la Dalmazia e gran parte della Venezia Giulia. La stessa Trieste tornò a essere italiana solo del 1954. Il 10 febbraio è stato scelto nel 2004 come data simbolica nella quale celebrare come solennità civile il “Giorno del Ricordo”, con l’intento di conservare vittime delle foibe, dell’esodo degli istriani, dei fiumani e degli zaratini italiani dalle loro terre durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra. Nel biennio 1943-1945 migliaia di italiani – solo perché tali – furono massacrati dai partigiani jugoslavi e gettati nelle doline carsiche chiamate foibe.  Dopo la fine della guerra e fino al 1960 ebbe luogo il doloroso esodo di centinaia di migliaia di italiani che scelsero di ricominciare a vivere in Patria piuttosto che rimanere oppressi dal regime comunista del maresciallo Tito.

Questi drammatici eventi sono da anni oggetto di studio e riflessione. Con il patrocinio e il sostegno del Comune di Todi e la collaborazione del “Comitato 10 Febbraio”, la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice organizza nella città umbra, un evento rivolto alla cittadinanza e in particolare agli studenti, con il titolo “Dighe ai morti che no dimentichemo”. L’iniziativa si terrà sabato 9 febbraio, alle ore 10.00, nella Sala del Consiglio dei Palazzi Comunali.

Intervengono Michele Pigliucci, docente di Geografia economica e politica nell’Università di Sassari e direttore della Fondazione, Raffaella Rinaldi, coordinatore “Comitato 10 Febbraio” Umbria. L’ex sindaco di Orvieto Toni Concina porterà la sua testimonianza di esule da Zara. L’attore Giuseppe Abramo curerà alcune “letture dall’esodo”. Introducono il sindaco di Todi Antonino Ruggiano e l’assessore alla Cultura Claudio Ranchicchio. Coordina Gianni Scipione Rossi, giornalista e storico, vicepresidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice e direttore del Centro Italiano di Studi Superiori per la Formazione e l’Aggiornamento in Giornalismo Radiotelevisivo.