Fondazione a porte aperte: un successo le aperture straordinarie di ottobre-dicembre

Si è conclusa positivamente, per l’interesse che ha suscitato in un pubblico numeroso e attento, l’esperienza delle aperture straordinarie della Fondazione, rese possibili dal sostegno della Regione Lazio (Area Servizi Culturali, Promozione della Lettura e Osservatorio della Cultura, L.R. n. 42/1997, artt. 13-16). Le aperture si sono avute nei giorni di venerdì 11 ottobre dalle ore 15.30 alle ore 18.30, sabato 16 novembre dalle ore 16.00 alle ore 19.00, giovedì 5 dicembre dalle ore 18.00 alle ore 21.00.

Durante le aperture è stato possibile seguire le visite guidate al patrimonio archivistico e bibliografico della Fondazione, con l’esposizione di fascicoli, documenti, immagini tratti dagli archivi e dai fondi librari posseduti, contestualizzati dalla narrazione.

Si è così realizzato l’intento che ha mosso la Regione a promuovere l’iniziativa, la conoscenza del patrimonio culturale della Fondazione a un pubblico più vasto e favorire la sua partecipazione alle proposte molteplici che essa mette in campo per presentare i propri studi e le proprie ricerche.

Anche un’intervista inedita nel convegno di Rieti su Renzo De Felice

“Insegnare la complessità. Magistero scientifico e impegno civile in Renzo De Felice”. Questo il tema del convegno che la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, in collaborazione con il Comune di Rieti, organizza nel quadro delle iniziative di studio programmate nel novantesimo anniversario della nascita dello storico scomparso.
Il convegno si terrà nella città natale di De Felice giovedì 7 novembre 2019, con inizio alle 15.30, nella Sala della Biblioteca Comunale Paroniana, via San Pietro Martire, 28.
Il programma si apre con i saluti del sindaco di Rieti, Antonio Cicchetti, dell’assessore alla Cultura, Gianfranco Formichetti, e del vicepresidente della Fondazione, Gianni Scipione Rossi.
A seguire, gli interventi del giornalista e saggista Pasquale Chessa, del ricercatore Mario Ciampi, del presidente dell’Istituto Storico per il Pensiero Liberale Luigi Compagna, del giornalista e saggista Stefano Folli, editorialista de “la Repubblica”, dello storico Gianni Oliva e del giornalista e scrittore Marcello Veneziani. Le conclusioni saranno tratte dallo storico Giuseppe Parlato, presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice.  Modera Stefano Pozzovivo, conduttore di Radio Subasio.

Nell’occasione sarà presentata una video intervista inedita con Renzo De Felice realizzata dal giornalista Fernando Ferrigno il 19 gennaio 1995, in occasione della presentazione della pubblicazione al Ministero degli Esteri della decima serie – 1943-1948 – del Documenti Diplomatici Italiani. Lo storico reatino parla dell’importanza degli archivi italiani e inglesi per lo studio della seconda guerra mondiale.
Sarà disponibile in anteprima il terzo volume degli scritti giornalistici di De Felice, appena pubblicato dalla Fondazione con Luni Editrice, dopo i precedenti usciti nel 2016 e nel 2017.
Il libro, Scritti giornalistici. Vol. 3. “Facciamo storia, non moralismo”, raccoglie articoli e interviste del periodo 1989-1996, a cura di Giuseppe Parlato e Giuliana Podda, con prefazione di Gianni Scipione Rossi.

Nato a Rieti nel 1929, prematuramente scomparso a Roma nel 1996, Renzo De Felice è stato uno dei maggiori storici italiani del Novecento. Laureatosi a Roma con Federico Chabod, professore universitario dal 1968, dal 1971 ha insegnato prima Storia dei partiti politici poi Storia contemporanea nell’università di Roma “La Sapienza”. Ha fondato e diretto dal 1970 la rivista Storia contemporanea.

Partito da studi sul giacobinismo in Italia, si è poi interessato di problemi di storia del fascismo. Trai suoi volumi: Storia degli ebrei in Italia sotto il fascismo (1961, 1977); Le interpretazioni del fascismo (1969, 1971), e una vasta biografia di Mussolini. Uscita tra il 1965 e il 1997, si compone di otto volumi (l’ultimo uscito postumo). Si è occupato anche di D’Annunzio politico (1978) e ne ha curato la pubblicazione degli epistolari con Mussolini (1971) e De Ambris (1966), degli scritti e dei discorsi fiumani (1974). Ha redatto la voce Fascismo per l’Enciclopedia del Novecento. Tra le sue ultime opere il saggio-intervista Rosso e nero (1995).
Presidente della Commissione scientifica della Fondazione Ugo Spirito dalla nascita, ha presieduto la Fondazione stessa dal 1992 fino alla morte. In omaggio al suo magistero scientifico, nel 2011 l’istituto ha assunto l’attuale denominazione di Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice.

(L’iniziativa è finanziata dai fondi destinati dalla Legge di Bilancio 2019, art. 1, comma 416)

 

Giovanni Gentile al Centro per la Filosofia Italiana

Si è tenuta il 25 ottobre 2018, presso il Centro per la filosofia italiana, in collaborazione con la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, la presentazione degli Atti del Convegno “Gentile oggi”, pubblicati a cura ndi Rodolfo Sideri, negli “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, a. XXXI, 2019.1, nuova serie. Al Tinello Borghese di Monte Compatri (Roma), con il curatore Sideri, direttore dei Corsi di formazione della Fondazione, sono intervenuti la prof.ssa Teresa Serra (Presidente onorario del Centro per la filosofia italiana), il prof. Luigi Punzo, il prof. Paolo Armellini (foto) e gli autori dei saggi. L’incontro, alla presenza di un pubblico di studiosi e non, è stato coordinato dalla vicepresidente del Centro per la filosofia italiana, prof.ssa Tina Paladini (foto), mentre la relazione principale è stata svolta dal prof. Paolo Armellini, ricercatore di Storia delle dottrine politiche alla Sapienza di Roma, il quale ha sottolineato la necessità di ripensare Gentile come lievito della speculazione del Novecento, italiana ed europea. I successivi interventi hanno rimarcato la necessità di un recupero della filosofia italiana come parte di un patrimonio culturale da non disperdere. In conclusione, il presidente del Centro, prof. Aldo Meccariello, ha confermato la volontà di continuare il lavoro di scavo della filosofia italiana in sinergia con la Fondazione.

 

Giornalista e agitatore: la Dalmazia e il sogno infranto di Attilio Tamaro

Lettera di Tamaro all’ammiraglio Millo

di Gianni Scipione Rossi

//Nel numero del 30 novembre 1920, Attilio Tamaro pubblica sulla rivista nazionalista “Politica” questa amara riflessione: «Perché l’organo del Fascismo, dopo aver agitato per due anni con la massima violenza la questione dalmatica, si piegò su se stesso, s’ammosciò, rinnegò la sua tesi, predicò la rassegnazione, abbandonò d’Annunzio, mentre ancora alla vigilia della firma del trattato aveva affermato che senza l’approvazione del Comandante il trattato non poteva avere alcun valore».
L’organo del Fascismo è naturalmente “Il Popolo d’Italia” diretto da Benito Mussolini. Il «trattato» è quello firmato – dopo un difficile negoziato – dal Regno d’Italia e dal Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni il 12 novembre del 1920 a Villa Spinola di San Michele di Pagana, vicino a Rapallo. Il trattato assegnò all’Italia Trieste, Gorizia, Gradisca, l’Istria, Postumia, Bisterza, Idria, Vipacco, Zara, le isole di Cherso, Lussino, Pelagosa, e Lagosta. Contestualmente fu decisa la creazione dello Stato Libero di Fiume, che prese vita nel gennaio del 1921.
Sia dalle colonne di “L’Idea Nazionale”, sia da quelle di “Politica”, Attilio Tamaro criticò duramente l’andamento delle trattative, denunciando il carattere rinunciatario del presidente del Consiglio Giovanni Giolitti e del ministro degli Esteri Carlo Sforza.

[…]

Attilio Tamaro
(Fototeca Civici Musei di Storia e Arte Trieste)

Trieste, Fiume, Zara: pagine inedite 1920-21
di Attilio Tamaro

Roma, 6 agosto 1920
I tre “vedovi di paglia”. Monicelli, Coppola, e io siamo stati all’Adriano. Era con noi anche l’editore Quattrini. Finita la rappresentazione, con Coppola sono ritornato a casa a piedi: vi siamo giunti che era più vicina la mattina che la sera, conversando con passione di politica e di storia. Coppola ha sempre una visione profonda e originale dei problemi politici. È un maestro. Abbiamo comune l’angoscia di vedere la politica estera in mano di pavidi, d’ignoranti o di un uomo quasi turpe come Sforza, sottomessa interamente alla politica interna. Abbiamo parlato molto della Russia e della Polonia. Più ancora dell’Albania, dove ieri, a Tirana, l’Italia di Vittorio Veneto si è resa a discrezione ai banditi albanesi.

[…]

Il saggio introduttivo e gli inediti di Attilio Tamaro in “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, a.I, n. 2, 2019, a. XXXI, pp. 347-371.

 

Italia 1919, le svolte cruciali. Il nuovo fascicolo degli “Annali” della Fondazione

È disponibile il secondo fascicolo 2019 degli “Annali” della Fondazione, da quest’anno pubblicazione semestrale.

Il volume (448 pagine), ricco di contributi originali, si apre con una sezione di “Inediti e studi” dedicata, in occasione degli anniversari, a Ugo Spirito e Renzo De Felice. I contributi di presentazione e approfondimento sono di Giuseppe Parlato, Nota introduttiva a Validità della biografia nella ricerca storica, di Renzo De Felice; Rodolfo Sideri, Filosofia, politica, religione: le ultime lettere a Ugo Spirito (1976-1979); Danilo Breschi, con il saggio Morte della filosofia e sfondamento ontologico. Ugo Spirito in dialogo con Guido Calogero, presenta Guido Calogero e la filosofia del dialogo, di Ugo Spirito.

La seconda sezione contiene gli Atti del Convegno di studi “La svolta del 1919”, tenutosi nella sede della Fondazione il 13 giugno 2019. Gli autori dei contributi sono: Giuseppe Parlato, Da San Sepolcro a Fiume; Giovanni Dessì, La nascita e il significato del Partito Popolare Italiano; Simonetta Bartolini, Il diciannovismo degli intellettuali; Silvio Berardi, Nitti e la proporzionale, con uno sguardo all’Europa; Andrea Ungari, Il ’19 del Re.

La sezione “Saggi” presenta in questo secondo fascicolo una serie eterogenea di studi. Questi i titoli presenti: Il Partito repubblicano italiano e la caduta del Muro di Berlino, di Silvio Berardi; Antagonismo alla modernità in Europa sud-orientale: il nazionalismo romeno, di Stefano Santoro; Sozialreform e Berufständische Ordnung nell’opera di Johannes Messner, di Giovanni Franchi; L’evoluzione storica del sistema parlamentare austriaco, di Ulrike Haider-Quercia; Obiettivi e organizzazione della propaganda fascista nelle università inglesi, di Tamara Colacicco; Il fascismo e la mancata rivoluzione antiborghese, di Cristian Leone.
Protagonista della quarta sezione, curata da Gianni Scipione Rossi, è invece Attilio Tamaro e, in particolare, il suo rapporto con l’impresa di Fiume. Oltre al contributo introduttivo di Rossi, Giornalista e agitatore: la Dalmazia e il sogno infranto di Attilio Tamaro, la sezione conterrà, dall’Archivio della Fondazione, alcune pagine inedite di Tamaro: Trieste, Fiume, Zara: pagine inedite 1920-1921.
Nella sezione “Note sul Novecento”, Danilo Breschi pubblica Tieni a mente Tienanmen e Nicola Rao, La madre di tutte le stragi. Piazza Fontana cinquant’anni dopo.

Completano il fascicolo le recensioni, le segnalazioni librarie, la sezione “Dall’Archivio”, con Il Fondo Luigi Romersa presentato da Alessandra Cavaterra, e le notizie sull’attività della Fondazione.

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Archivio delle Destre. Piccola storia di una copertina mai nata

Bozza cianografica
della copertina mai nata

di Gianni Scipione Rossi

//Quando si tenta, sempre con scarso successo, di riordinare le carte di una vita, talvolta si riannodano i fili di piccole storie. Come la genesi di una copertina mai nata [foto a sinistra], che forse merita di essere raccontata, pur se mi costringe a una sorta di – parziale – autobiografia. Anche un modesto, marginale documento può testimoniare il clima di un’epoca. Dunque la racconto, questa storia, mentre affido questo e altri documenti all’Archivio delle Destre che tanti anni fa decidemmo di creare con Giuseppe Parlato e Giovanni Tassani, come costola tematica dell’Archivio della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice.

Destre, al plurale, non destra. Perché – al di là della nota considerazione di Giuseppe Prezzolini sulla pluralità delle destre – la carenza di documenti su monarchici, missini, cattolici e liberali conservatori, qualunquisti, gruppi del neofascismo extraparlamentare, rendeva difficile studiare in modo scientifico queste aree della politica italiana.

Era un problema che mi aveva riguardato direttamente. Più di quarant’anni fa, tra il 1977 e il 1978, mentre facevo il giornalista precario e studiavo Scienze politiche alla Sapienza di Roma, mi si pose inevitabilmente il problema della tesi di laurea. Chiesi ad Augusto Del Noce di poter lavorare sui pensatori controrivoluzionari dell’Ottocento. Non fu garbato. Altra passione, la storia economica. Avrei voluto studiare la chiusura delle terre nel Mezzogiorno e le sue conseguenze. Non andò: il docente cambiò facoltà. Solo in terza battuta mi indirizzai alla Storia dei partiti e dei movimenti politici. Carlo Vallauri – solido socialista – generosamente assentì, pur avendogli spiegato che lavoravo e dunque avevo qualche difficoltà a impegnarmi a tempo pieno. D’altra parte per i giornalisti della mia generazione la laurea non era – purtroppo – richiesta né ambita. Il giornalismo era nato come professione da “irregolari”, spesso autodidatti, ed era ancora così.

Cominciai a frequentare i seminari di Sandro Setta e Lamberto Mercuri. Con loro – grazie a loro – scoprii la stampa clandestina antifascista e il museo di via Tasso. Con Sandro Setta, che aveva lavorato sull’Uomo Qualunque, individuammo come argomento la storia del Msi nel periodo – 1968/1973 – che aveva visto il partito uscire dal declino e riemergere tra i protagonisti della politica italiana. Il tema era storiograficamente quasi vergine, per così dire. E per il neofascismo in generale si poteva solo contare su pochi vecchi testi militanti, pro e contro, più contro che pro. Il nuovo fascismo da Salò ad Almirante. Storia del Msi, di Petra Rosenbaum, era uscito per Feltrinelli nel 1975, prefato da un Carlo Rossella che mai avresti immaginato, vent’anni dopo, alla guida del Tg1 “berlusconiano”.

La tesi fu discussa il 17 novembre del 1979 nell’impegnativa aula magna della Sapienza. Un “acuto” membro della commissione di cui ho rimosso il nomemi chiese quale a mio parere fosse stato il ruolo di Pino Rauti nella strage di Piazza Fontana. Perplessorisposi che non facevo il poliziotto, né il magistrato. Non mi venne da precisare che non ero neppure un cartomante. Questo per dire del clima… La tesi poi rimase lì, rilegata. Il mio tesserino da pubblicista, nuovo di zecca, mi sembrava decisamente più importante. Dopo varie e precarie esperienze di lavoro – ricordo sempre, con piacere e sconforto, quella nella redazione di OP di Mino Pecorelli – piuttosto casualmente approdai nel 1980 al “Secolo d’Italia” e in quell’ambiente conobbi Gaetano Rasi, che a metà degli anni Ottanta mi chiese di curare il bimestrale dell’Istituto di Studi Corporativi, la costola culturale dell’antica sinistra missina, che Rasi aveva fondato all’inizio degli anni Settanta.

Gaetano, uomo di partito, ma contestualmente di azienda e di studi, cercava con fatica di promuovere e diffondere una nuova e moderna cultura per la destra politica. Non per caso nel 1981 era riuscito a creare la Fondazione Ugo Spirito intorno all’archivio e alla biblioteca del filosofo. Ci univa il gusto dell’analisi e della ricerca. Ci divideva il suo legame sentimentale con i pochi mesi che aveva vissuto da ragazzino come “fiamma bianca”, nel tramonto della Rsi. Mio padre Stefano, poco più anziano di lui, aveva cercato di unirsi all’esercito del Re. Ci divideva, altresì, il mio dubbio sull’utilità di insistere con il termine corporativismo, che nella scienza economica internazionale aveva assunto un significato opposto a quello che intendeva lui. 

In questo contesto Rasi ebbe l’idea di creare con l’Istituto una collana di libri, che volle chiamare “Contributi per la storia del Movimento Sociale Italiano”. Una storia nella quale era immerso, ma che intendeva proporre in modo oggettivo, non “di parte”. Si trattava di uscire dalle secche della memorialistica e, nel contempo, di fornire strumenti diversi dalla facile demonizzazione corrente. L’esigenza era sentita. Così fu pubblicata, nel 1986, la tesi sulle origini del Msi di Giuliana de Medici. Io mi offrii di curare gli scritti politici del geo-economista Ernesto Massi, protagonista della sinistra missina del dopoguerra. Uscirono nel 1990, con il titolo Nazione sociale [foto a destra] e una fascetta problematica: MSI: destra o sinistra? La tipica problematicità di quel micro-mondo.

Già nel 1988 si ragionò sulla mia tesi. Perché Piero Ignazi più volte era venuto all’Istituto a cercare documentazione e testimonianze per Il polo escluso. Profilo del Movimento Sociale Italiano, primo lavoro scientifico scritto sine ira et studio sul Msi, che uscì per il Mulino nel maggio del 1989. Un libro onesto, ben fatto, serio, pur se gravato da qualche errore interpretativo sulle radici culturali dell’area rautiana. Un lavoro frutto di un arduo lavoro di ricerca, che ben conoscevo. In dieci anni poco o niente era cambiato. Rasi decise che l’Istituto non poteva limitarsi a guardare e mi spinse a riprendere in mano la tesi, nonostante io fossi oberato di lavoro. La tesi era troppo tesi, in verità. Nuove ricerche, dunque. Riscrittura completa. Dubbi se allargare o meno il periodo a tutti gli anni Settanta. Gli impegni professionali non me lo permisero. Ne uscì, nel gennaio del 1992, Alternativa e doppiopetto. Il Movimento Sociale Italiano dalla contestazione alla destra nazionale (1968-1973) [foto a sinistra]. Il primo libro di taglio scientifico – almeno nelle intenzioni – che, in qualche modo, poteva essere considerato scritto dall’interno, anche se la mia giovanile, reale, militanza politica, prima nel liberale Movimento Studentesco Democratico guidato da Alfredo Bastianelli e Teodoro Katte Klitsche de la Grange [nella foto sotto “Contropelo”, il primo giornale ciclostilato del MSD, a.I, n. 1, s.d., ma autunno 1968], e poi nell’organizzazione giovanile missina – di anticomunisti militanti non è che se ne trovassero in giro… – risaliva alla fine degli anni Sessanta e alla prima metà degli anni Settanta, con episodiche puntate successive. Fare politica non era nelle mie corde.

Non ho niente da rinnegare delle mie esperienze, ma le regole interne dell’attività politica – identiche in tutti i partiti strutturati di allora – non mi hanno appassionato, se non come osservatore attento. Ero uno spirito difficilmente inquadrabile, eterodosso per vocazione. La destra missina è stata in quegli anni la mia casa, il fascismo-neofascismo no. Nel 1973 – avevo 19 anni – scrissi <Non siamo fascisti. [] Non siamo [] restauratori>, sul mensile artigianalmente stampato ad offset “Giovani Contro”, che compilavamo con gli amici Antonio Laudati, studente come me, e Vincenzo Tortoriello, battagliero operaio metalmeccanico della Maina. (a. II, n. 5, marzo 1973 [foto a sinistra]). Voleva essere la voce del Fronte della Gioventù di Asti, dove ho trascorso – da pendolare con Roma – qualche mese della mia vita. Forse lo scrissi – con pseudonimo, per non inguaiare mio padre – soprattutto per me stesso. Ma, in quella provincia che al Msi garantiva percentuali elettorali risibili, nessuno se la prese.

Per la precisione che merita la microstoria, debbo ammettere che la testata di quel giornaletto non la inventai, ma semplicemente la copiai da quello – di tre anni prima, 1970 – della mia sezione missina romana. Questo sì, poveramente ciclostilato. [foto a sinistra]


Qualche anno dopo, nel
giugno del 1978, Gianfranco Fini pubblicò sul periodico del Fronte – “Dissenso” – una mia lettera che voleva essere di provocazione e stimolo, che intitolò “Camerata si. Camerata no. Un problema da approfondire”.

Scrivevo dunque: < [] l’uso del termine “camerata” sottintende l’accettazione di una qualificazione politica come fascista? Se no, qual è il mio caso []. Se invece la risposta è positiva; se cioè ci si chiama camerati perché si assume di essere fascisti, nel senso pieno della parola, questo può forse riguardare qualche vecchio non troppo intelligente, ma scusabile, ed un numero ancor meno rilevante di giovani, anch’essi poco intelligenti e neppure scusabili. Ma, se così fosse, non sarei il solo a chiamarmi fuori da un’accolita siffatta> (Dissenso”, a. II, n. 8, 5 giugno 1978 [foto a destra]). Ingenuo? Non credo. Anche se la mia provocazione non ottenne allora grandi risultati. La scissione di Democrazia Nazionale stava determinando una involuzione del “polo escluso”. Ma questa lettera – stiamo parlando di micro-cronaca, s’intende – non mi impedì due anni dopo di essere assunto e di lavorare per otto piacevoli anni al quotidiano del Msi-Dn, che ho lasciato nel settembre del 1988 per scelta professionale, quando ero a capo del servizio politico. Può sembrare un paradosso. Invece era normale. La destra missina era un litigioso, magmatico mondo plurale. Nel quale “gentiliani” ed “evoliani”, corporativisti e socializzatori, monarchici e repubblicani, europeisti e nazionalisti, occidentalisti e terzaforzisti, liberali e organicisti, cattolici e anticlericali, filo-israeliani e filo-arabi, conservatori e rivoluzionari, a stento si davano la mano.

La premessa è stata lunga – perdoni il lettore – ma necessaria. La notizia – come si comprende dalla foto di apertura – è questa: Alternativa e doppiopetto – citato forse migliaia di volte – non era il titolo originario del mio libro. Il titolo, scelto da me e approvato da Gaetano Rasi, era L’enigma Almirante. Il MSI tra alternativa e doppiopetto (1968-1973). Lo testimonia appunto la cianografica ingiallita della prova di copertina che ho ritrovato nel mio disordinato archivio privato. A tanti anni di distanza credo ancora che L’enigma Almirante fosse il titolo migliore. Perché in effetti Giorgio Almirante – verso il quale nutrivo grande rispetto, apprezzandone il tentativo di far uscire il partito dall’inutile recinto del neofascismo identitario, nostalgico e catacombale – è stato politicamente un enigma. E in fondo di questo enigma – la scelta non scelta – rimase prigioniero. Perché quel titolo fu cambiato in extremis? Avvenne, sia chiaro, con il mio consenso.

Accadde che Gaetano Rasi [foto a sinistra] fece leggere le bozze a due dirigenti del Msi con i quali abitualmente dialogava, e dei quali, peraltro, avevo raccolto le testimonianze. EntrambiRaffaele Valensise, gran signore meridionale, e Franco Servello, ruvido ma amabile milanese d’adozione – apprezzarono il mio testo riconoscendo anche – ne sono diretto testimone che avrebbe potuto innescare – come fu – un’utile riflessione politica. Sembrò invece loro che enigma potesse risultare un termine irrispettoso per la memoria di un leader politico con il quale per decenni avevano collaborato in vario modo, tra alti e bassi, e la cui figura – a pochi anni dalla scomparsa – era circondata dall’affetto profondo di militanti ed elettori. L’editore Rasi avrebbe lasciato tutto com’era. L’uomo di partito Rasi capì il ragionamento degli amici. Io, pragmaticamente, assecondai l’editore: si cambiava il titolo, mica il testo. Far leggere le bozze non era stata peraltro la ricerca di un imprimatur, del quale non c’era alcuna necessità. Era stato un semplice, condiviso, atto di cortesia, giustificato proprio dalle testimonianze che io avevo deciso di raccogliere nella riscrittura ex novo della tesi di laurea. Che si basava solo su documenti e pubblicistica. Pochi documenti, in realtà. Ricordo bene il giorno del 1978 in cui chiesi un appuntamento a Cesare Pozzo, mitico responsabile stampa e propaganda nella vecchia sede centrale missina di Palazzo del Drago. Gli chiesi se cortesemente si potesse consultare l’archivio del partito. Mi rispose: “Non c’è, è andato perduto”. Mi dovetti accontentare di alcuni faldoni di atti congressuali. Quell’archivio è ancora disperso. Distrutto? Bruciato? Perché? Su questo si è favoleggiato molto. Inutilmente. Non è il solo archivio di partito non disponibile, in verità. Comunque, per quando riguarda quella e altre destre, sia pure frammentari e non esaustivi, i documenti disponibili oggi sono decisamente più numerosi. Compresa la marginale cianografica oggetto di questa piccola storia.

Per la presentazione romana – il 20 febbraio del 1992 – la sala del Residence di Ripetta era stracolma e attenta agli interventi di Carlo Vallauri, Paolo Liguori, Ernesto Massi, Marcello Veneziani, oltre al mio, naturalmente. Si respirava un clima, se non di tensione, certo di attesa curiosa. Molti mi strinsero la mano. Qualcuno uscì perplesso. Altri mi tolsero il saluto. È ricapitato molte volte, negli anni. Ma tant’è. Ci si abitua.

Ps. Per evitare equivoci chiarisco che i miei articoli e i miei libri, fino al 1991, sono tutti sempre firmati con il mio nome familiare e d’affezione, cioè Gianni. Fu proprio nel gennaio del 1992 che, a causa di una insuperabile omonimia professionale, dovetti aggiungere il mio vero nome anagrafico, cioè Scipione.

Ugo Spirito, Filosofia della grande civilizzazione. L’incontro in Fondazione


Nel quadro delle
iniziative di studio e ricerca avviate dalla Fondazione nel quarantesimo anniversario della morte di Ugo Spirito, mercoledì 25 settembre 2019 si è tenuto a Roma, nella sede di Piazza delle Muse, un incontro sulle riflessioni dedicate nel 1978 dal filosofo alle prospettive del regime iraniano guidato dallo Scià Mohammad Reza Pahlavi.
Sulla base dell’inedito Filosofia della grande civilizzazione. La “rivoluzione bianca” dello Scià, pubblicato per la prima volta nella sua versione integrale da Luni Editrice in coedizione con la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, ne hanno discusso Gianni Scipione Rossi, vicepresidente della Fondazione e curatore del volume, Hervé A. Cavallera, professore onorario nell’Università del Salento e autore della postfazione, e Rodolfo Sideri, direttore dei Corsi di formazione della Fondazione. Ha moderato Nicola Benedizione, consigliere di amministrazione della Fondazione.

Rossi ha illustrato la genesi e i risultati della ricerca intorno a un testo solo parzialmente sconosciuto. Cavallera ha portato la sua personale testimonianza dell’impegno dedicato da Spirito alla prospettiva di proporre un ulteriore sviluppo della “rivoluzione bianca” e ha inserito questo impegno nel solco della passione del filosofo per l’inveramento delle sue analisi filosofiche, politiche e sociali, con particolare riguardo alla debolezza teorica dell’economia mista. Sideri ha sottolineato l’importanza del testo nel fluire della speculazione spiritiana, in relazione con testi spiritiani degli anni Settanta del Novecento.

La IV di copertina: Spirito
nella residenza estiva di Todi

Il libro
Negli ultimi mesi di una vita segnata da una speculazione che tende a inverarsi nell’azione politica, Ugo Spirito ha lavorato a un volume sull’Iran governato da Mohammad Reza Pahlavi. Un libro rimasto inedito nella sua stesura integrale e oggetto, in tempi diversi, di manipolazioni e censure. Conservato nel suo archivio privato, a quarant’anni di distanza il testo appare per la prima volta nella sua versione originale, che rivela il reale pensiero del filosofo.
Lo sforzo compiuto da Spirito è stato volto, nell’autunno del 1978, a comprendere e illustrare criticamente le linee guida della “rivoluzione bianca” dello Scià – avviata nel 1963 – inquadrandole nella storia della Persia e valutandone le possibili evoluzioni, mentre il Paese era sconvolto dalle proteste di piazza sfociate nel 1979 nella rivoluzione islamica guidata dall’ayatollah Khomeyni.

Lo Scià appare a Ugo Spirito come un sovrano illuminato e ne valuta positivamente il sogno di trasformare l’Iran in una sorta di Città del Sole, nella quale regnino l’armonia e la collaborazione tra le classi sociali, nella prospettiva di un intenso sviluppo industriale. Una “città” laica, in cui non vi siano più sfruttatori e sfruttati, ricchi e poveri, proprietari e servi, secondo la tradizione socialista dalla quale, secondo Spirito, lo Scià ha tratto ispirazione per tracciare una “terza via” tra liberismo e comunismo.
Per quanto illuminato, Spirito giudica il regime iraniano un dispotismo dittatoriale, errato sul piano teorico e fatalmente destinato a terminare con la scomparsa del suo protagonista.

Ugo Spirito, Filosofia della grande civilizzazione. La “rivoluzione bianca” dello Scià, a cura di Gianni Scipione Rossi. Postfazione di Hervé A. Cavallera, Luni Editrice, Milano 2019, pp. 192, € 22.00


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lunieditrice@lunieditrice.com
www.lunieditrice.com

Evento organizzato nell’ambito delle celebrazioni del quarantesimo anno dalla scomparsa di Ugo Spirito, e del novantesimo anno dalla nascita di Renzo De Felice, con il contributo previsto dalla Legge di Bilancio 2019, art. 1 co. 416.

Un guascone nel Novecento: Valerio Pignatelli di Cerchiara

Valerio Pignatelli

di Andrea Cendali Pignatelli

//La figura di Valerio Pignatelli di Cerchiara mi ha sempre affascinato. Nato a Chieti nel 1886, ufficiale di cavalleria, pluridecorato al valor militare, ha avuto un’esistenza avventurosa fra guerre, fascismo ed intrighi politici di ogni genere. Ha partecipato alla campagna di Libia, al primo conflitto mondiale confluendo nei reparti degli Arditi d’Italia, alla guerra d’Etiopia nel 1935-36 ed a quella civile di Spagna nel 1938. Addetto diplomatico in Russia nel 1924, ha avuto incarichi in vari paesi per conto del Ministero degli Esteri. Giornalista e romanziere, ha fondato e diretto il periodico “l’Ardito d’Italia” ed è stato autore di cine-romanzi scritti negli anni Trenta del secolo scorso e pubblicati da Sonzogno, per ricalcare le avventure e le gesta di Andrea Pignatelli di Cerchiara, suo antenato, generale napoleonico al fianco di Gioacchino Murat. Aderì alla Rsi sul finire dell’era fascista, e fu poi tra i promotori della costituzione del Msi nel 1946, per distanziarsi subito dopo dalla compagine. Ritiratosi a vita privata, è morto a Sellia Marina, in Calabria, nel 1965. 
Ho sintetizzato in poche righe una vita intensa ed avventurosa, che varie fonti bibliografiche riportano più estesamente, con la ricchezza di più particolari. In questa sede mi fa invece piacere – e probabilmente riesco a dare un contributo di conoscenze ed informazioni nuove – ripercorrere tutto un epistolario, a me pervenuto, di Valerio con la madre, Emilia Pignatelli Valignani, la sorella Maria ed il cognato Antonio Basile, detto Nino, generale medico nell’esercito, oltreché con diverse altre persone con cui ha avuto consuetudine di rapporti. Conoscenze e informazioni pervenutemi anche dai racconti e dalle descrizioni fattemi dalla sorella Maria, per me nonna per aver cresciuto mia madre Andreina Pignatelli, detta Dedée, dopo che questa era arrivata a Chieti nel 1917, orfana di Andrea Pignatelli, caduto sul campo di Monastir, in Serbia, nella Grande Guerra; oltre che madre adottiva per aver adottato mia sorella Micaela, detta Miky, e me nel 1965. Conoscenze forse lievitate per essere state tramandate oralmente da una sorella orgogliosa delle gesta del fratello, ad un nipote tutto orecchi e curioso oltre ogni li- mite: ma pur sempre una base per informazioni ed aneddoti altrimenti persi.
Alcune lettere, datate fra il 1907 ed il 1913, rivelano una giovanile vena poetica di Valerio, che anticipa le successive esperienze di giornalista e romanziere, maturate negli anni Trenta.

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Della partecipazione di Valerio al Primo Conflitto Mondiale non vi sono tracce molto estese nel suo epistolario a me pervenuto. Da una lettera alla Madre scritta dalla Zona d’Armistizio nel 1918 senza citare giorno e mese – certamente dopo il 27-28 ottobre, dato che nella lettera si fa riferimento alla sua «compagnia che ancora risente della violenta scossa subita il 27 ed il 28 ottobre per il forzamento del Piave» – sappiamo che è stato proposto per una terza medaglia al valore, a conferma dell’impegno e del coraggio profusi per l’intera durata del conflitto.

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Il saggio biografico in “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, n. 1, a. 2019, nuova serie, a. XXXI, pp. 227-253.

Perugia, il capodanno perduto del 1947. Una tentata pacificazione tra partigiani ed ex fascisti

di Leonardo Varasano

Il cimitero monumentale di Perugia

Tra le specificità storiche e sociali italiane rientra anche un livello di contrapposizione lacerante e singolarmente alto. La storia d’Italia, a ben vedere, sembra infatti condensare due nazioni, per buona parte ostili nei ricordi e inconciliabili nei progetti. Fattori divisivi di spiccatissima natura politico-ideologica hanno prodotto e perpetuato contrapposizioni in serie. Tutta la vicenda del paese può in fondo essere caratterizzata da una lunga, corrosiva teoria di coppie di opposti: monarchici/repubblicani, laici/cattolici, interventisti/neutralisti, fascisti/antifascisti, comunisti/anticomunisti.

In questa forte propensione alla «divisività» – alla traduzione in forma permanente e patologica delle inevitabili, fisiologichefratture proprie di ogni storia nazionale –, un ruolo di particolare rilievo è rivestito dalla radicale polarità che ha contrapposto fascisti e antifascisti. Anche dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il fascismo è stato a più riprese immaginato come un pericolo incombente: se ne è paventata la possibilità di rinascita, se ne è denunciata la minacciosa sopravvivenza in varî ambiti e in varie forme. Un fatto storico «morto» e «irresuscitabile», limitato – secondo l’interpretazione defeliciana ad un dato momento storico, racchiuso tra il 1919 e il 1945, ha finito per diventare un elemento centrale del discorso pubblico e della mobilitazione politica dell’Italia repubblicana. Non solo: la presunta, ineliminabile perennità del pericolo fascista è riuscita a rendere plausibile una perenne, strutturale necessità dell’antifascismo, legando fascismo e antifascismo in un binomio strettissimo, così largamente accettato da divenire il sostrato di un senso comune di massa. La potenziale, continua sopravvivenza del fascismo, a lungo addebitata anche all’esistenza e al ruolo della Democrazia cristiana, ha dunque portato ad una funzionale necessità dell’antifascismo. Il paradigma fascismo/antifascismo è stato, a ben vedere, il paradigma ideologico originario della Repubblica, in grado di resistere e rinnovarsi nel tempo. Con esiti divisivi,dolorosi e, come ha rilevato Francesco De Gregori, decisamente parossistici: il nostro paese ha ancora «un grosso problema a parlare di fascismo» – così si è espresso il cantautore romano, nel 2016, intervenendo alla presentazione del volume Mio padre era fascista, di Pierluigi Battista – perché «da noi la riconciliazione non c’è ancora stata» e «persino a una riunione di condominio se a uno gli gira, può dare a un altro del “fascista” usando quel termine come un insulto».

La tenace difficoltà del discorso pubblico italiano a storicizzare il Ventennio, è un tema di persistente attualità. Da più parti si continua a pensare secondo la dicotomia fascismo/antifascismo, nel solco di una strisciante, irriducibile guerra civile della memoria. Eppure questa lacerante contrapposizione tra antifascismo e fascismo (inteso, nel tempo, in una serie di significati enormemente dilatati e metapolitici) avrebbe potuto ben presto essere se non superata almeno attutita, in modo tale da provocare un’eco meno duratura e meno dannosa. Ci fu infatti chi, nell’immediato dopo guerra, tentò una sollecita pacificazione, un avvicinamento di buon senso nel nome della nazione italiana, dell’ideale risorgimentale e delle necessità della ricostruzione. Forse – si può pensare – non si sarebbe assistito ad unaimmarcescibile contesa ideologica, se solo si fosse dato seguito e concretezza ad una piccola-grande iniziativa, finora dimenticata e nascosta dalla polvere, avvenuta nell’immediato dopoguerra in quella che era stata la “capitale della rivoluzione fascista”, la città fascistissima per eccellenza da cui era partita la marcia su Roma. Forse, nel 1947, un lungo, complesso e doloroso capitolo di storia italiana avrebbe potuto chiudersi proprio a Perugia, proprio nello stesso luogo in cui era stato concretamente aperto nel 1922. Forse avrebbero potuto prevalere le ragioni della fraternità, della riconciliazione, dell’unione nel nome della Patria. Forse. Non è dato sapere: si tratta solo di un’ipotesi controfattuale, poiché la vicenda italiana ha avuto, com’è noto, un’evoluzione diversa, vivendo nel solco del binomio fascismo/antifascismo. Le buone intenzioni – manifestate in una temperie storica avvelenata dai frutti amari della dittatura e della morte della patriafallirono. Cionondimeno quell’episodio che poteva contribuire a cambiare il corso degli eventi merita di essere conosciuto, ricordato, compreso nelle ragioni profonde. Quelle sì, immortali.

1. «Gli italiani agli italiani», una corona di alloro simbolo di fraternità e amor patrio

All’alba del 1947, con l’Italia ancora ricoperta di macerie fumanti, lacerata nello spirito e nella carne, Perugia fu teatro di un singolare e positivo esperimento di riconciliazione tra partigiani ed ex fascisti, oggi presso che misconosciuto.

A prendere l’iniziativa furono Corrado Sassi classe 1923, antifascista, il partigiano “Zuavo” della banda “Francesco Innamorati” operante nei boschi sopra Deruta e l’ex combattente della Repubblica sociale italiana Bruno Cagnoli, uomo dall’«intelligenza acuta e sensibile». A soli venti mesi dalla fine della Seconda guerra mondiale, con la prospettiva di una difficile ricostruzione affidata al primo governo De Gasperi un governo di unità nazionale di cui ancora facevano parte Dc e Pci insieme , i due giovani, all’insaputa di tutti i partiti, ma con l’indirettosostegno di altri uomini di buona volontà, promossero una manifestazione semplice e clamorosa al contempo. Nel primo, freddo giorno del 1947, quasi a simboleggiare l’inizio di una nuova era, una cesura della Storia, un centinaio di perugini «che fino al giorno prima si sarebbero volentieri sbudellati l’un l’altro», decise di lasciarsi alle spalle il fardello dei rancori, si radunò in piazza Piccinino, nel cuore del capoluogo umbro, e di lì, in rigoroso silenzio, raggiunse il cimitero monumentale. Arrivati al camposanto, partigiani ed ex fascisti parteciparono ad una Messa di suffragio officiata da Padre Angelini; poi raggiunsero il monumento ai caduti di tutte le guerre e lì deposero una corona di alloro, con nastro tricolore, recante la significativa scritta, a caratteri d’oro, «Gli Italiani agli Italiani»; quindi sostarono per un po’, muti, «davanti a molte croci» di entrambe le fazioni politiche, prima di coprire la ghirlanda funebre con una bandiera nazionale. La cerimonia, arricchita dai discorsi di Luigi de Florentis per i partigiani e di Mario Fettucciari per gli ex fascisti, fu infine suggellata da una solenne stretta di mano con cui i componenti delle due schiere cessarono di essere nemici per diventare semplicemente avversari. […]

Leonardo Varasano, Il capodanno perduto del 1947. Una tentata pacificazione tra partigiani ed ex fascisti nel nome degli ideali risorgimentali

Il testo completo del saggio in “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, n. 1, a. 2019, nuova serie, a. XXXI, pp. 191-206