“Insegnare la complessità”. Il 7 novembre a Rieti convegno sul magistero di Renzo De Felice

“Insegnare la complessità. Magistero scientifico e impegno civile in Renzo De Felice”. Questo il tema del convegno che la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, in collaborazione con il Comune di Rieti, organizza nel quadro delle iniziative di studio programmate nel novantesimo anniversario della nascita dello storico scomparso.

Il convegno si terrà nella città natale di De Felice giovedì 7 novembre 2019, con inizio alle 15.30, nella Sala della Biblioteca Comunale Paroniana, via San Pietro Martire, 28.

Il programma si apre con i saluti del sindaco di Rieti, Antonio Cicchetti, dell’assessore alla Cultura, Gianfranco Formichetti, e del vicepresidente della Fondazione, Gianni Scipione Rossi.

A seguire, gli interventi del giornalista e saggista Pasquale Chessa, del ricercatore Mario Ciampi, del presidente dell’Istituto Storico per il Pensiero Liberale Luigi Compagna, del giornalista e saggista Stefano Folli, editorialista de “la Repubblica”, dello storico Gianni Oliva e del giornalista e scrittore Marcello Veneziani. Le conclusioni saranno tratte dallo storico Giuseppe Parlato, presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice.  Modera Stefano Pozzovivo, conduttore di Radio Subasio.

Nato a Rieti nel 1929, prematuramente scomparso a Roma nel 1996, Renzo De Felice è stato uno dei maggiori storici italiani del Novecento. Laureatosi a Roma con Federico Chabod, professore universitario dal 1968, dal 1971 ha insegnato prima Storia dei partiti politici poi Storia contemporanea nell’università di Roma ”La Sapienza”. Ha fondato e diretto dal 1970 la rivista Storia contemporanea.

Partito da studi sul giacobinismo in Italia, si è poi interessato di problemi di storia del fascismo. Trai suoi volumi: Storia degli ebrei in Italia sotto il fascismo (1961, 1977); Le interpretazioni del fascismo (1969, 1971), e una vasta biografia di Mussolini. Uscita tra il 1965 e il 1997, si compone di otto volumi (l’ultimo uscito postumo). Si è occupato anche di D’Annunzio politico (1978) e ne ha curato la pubblicazione degli epistolari con Mussolini (1971) e De Ambris (1966), degli scritti e dei discorsi fiumani (1974). Ha redatto la voce Fascismo per l’Enciclopedia del Novecento. Tra le sue ultime opere il saggio-intervista Rosso e nero (1995).

Presidente della Commissione scientifica della Fondazione Ugo Spirito dalla nascita, ha presieduto la Fondazione stessa dal 1992 fino alla morte. In omaggio al suo magistero scientifico, nel 2011 l’istituto ha assunto l’attuale denominazione di Fondazione Spirito e Renzo De Felice.

(L’iniziativa è finanziata dai fondi destinati dalla Legge di Bilancio 2019, art. 1, comma 416)

 

Ricordo di Gianni Baget Bozzo nel decennale della scomparsa

Mercoledì 30 ottobre 2019 alle ore 17, nella Sala della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice (piazza delle Muse 25, Roma) si terrà l’incontro Un intellettuale del Novecento italiano: Gianni Baget Bozzo. Ricordi e testimonianze, in memoria di don Gianni Baget Bozzo nel decennale della scomparsa.
Intervengono Giuseppe Parlato, Giovanni Tassani, Nicola Guiso, Luigi Accattoli, e Paolo Sardos Albertini. Coordina Danilo Breschi.

Gianni Baget Bozzo (1925-2009) è stato una figura di primissimo piano nel mondo ecclesiale e politico del secondo dopoguerra italiano. Presbitero e poi sacerdote, fin da studente di giurisprudenza iscritto alla FUCI genovese, si avvicinò al cattolicesimo politico e, alla fine della guerra, partecipo’ alle ultime fasi della Resistenza. Iscritto alla Dc, fa parte della componente sociale di Dossetti, La Pira e Fanfani. Collaborò in seguito con De Gasperi, Gedda e Tambroni animando, tra l’altro, le riviste “L’ordine civile” e “Lo Stato”. Critico degli esiti del Concilio Vaticano II, contrario prima all’apertura a sinistra della Democrazia Cristiana e poi al compromesso storico, negli anni Settanta, in funzione anticomunista, si avvicinò al PSI guidato da Bettino Craxi, nelle cui liste fu eletto per due legislature al Parlamento Europeo. Dopo il crollo della prima repubblica, fu tra i fondatori di Forza Italia. Teologo e analista di rara finezza, pubblicista e scrittore fecondo, è stato un protagonista del dibattito e dell’azione politica, senza mai dimenticare il suo essere sacerdote.

Gli atti del convegno “Gentile oggi” al Centro per la filosofia italiana

Il Centro per la filosofia italiana, in collaborazione con la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, presenta gli Atti del Convegno “Gentile oggi”, pubblicati a cura di Rodolfo Sideri, negli “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, a. XXXI, 2019.1, nuova serie.
L’iniziativa si tiene venerdì 25 ottobre 2019, alle ore 16.30, al Tinello Borghese di Monte Compatri (Roma), via Placido Martini, 69.

Con il curatore Sideri, direttore dei Corsi di formazione della Fondazione, intervengono la prof.ssa Teresa Serra (Presidente onorario del Centro per la filosofia italiana), il prof. Luigi Punzo, il prof. Paolo Armellini e gli autori dei saggi. Modera la prof.ssa Tina Paladini (Vice Presidente del Centro per la filosofia italiana).

Per informazioni:

Centro per la filosofia italiana
Palazzo Annibaldeschi, Via Annibaldeschi, 2
00040 Monte Compatri (Roma)
Tel. 3485119886
www.filosofia-italiana.org
e.mail: direzione@filosofia-italiana.org
Info: aldomeccariello@alice.it
www.centroperlafilosofiaitaliana.it

Ugo Spirito, Filosofia della grande civilizzazione. L’incontro in Fondazione


Nel quadro delle
iniziative di studio e ricerca avviate dalla Fondazione nel quarantesimo anniversario della morte di Ugo Spirito, mercoledì 25 settembre 2019 si è tenuto a Roma, nella sede di Piazza delle Muse, un incontro sulle riflessioni dedicate nel 1978 dal filosofo alle prospettive del regime iraniano guidato dallo Scià Mohammad Reza Pahlavi.
Sulla base dell’inedito Filosofia della grande civilizzazione. La “rivoluzione bianca” dello Scià, pubblicato per la prima volta nella sua versione integrale da Luni Editrice in coedizione con la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, ne hanno discusso Gianni Scipione Rossi, vicepresidente della Fondazione e curatore del volume, Hervé A. Cavallera, professore onorario nell’Università del Salento e autore della postfazione, e Rodolfo Sideri, direttore dei Corsi di formazione della Fondazione. Ha moderato Nicola Benedizione, consigliere di amministrazione della Fondazione.

Rossi ha illustrato la genesi e i risultati della ricerca intorno a un testo solo parzialmente sconosciuto. Cavallera ha portato la sua personale testimonianza dell’impegno dedicato da Spirito alla prospettiva di proporre un ulteriore sviluppo della “rivoluzione bianca” e ha inserito questo impegno nel solco della passione del filosofo per l’inveramento delle sue analisi filosofiche, politiche e sociali, con particolare riguardo alla debolezza teorica dell’economia mista. Sideri ha sottolineato l’importanza del testo nel fluire della speculazione spiritiana, in relazione con testi spiritiani degli anni Settanta del Novecento.

La IV di copertina: Spirito
nella residenza estiva di Todi

Il libro
Negli ultimi mesi di una vita segnata da una speculazione che tende a inverarsi nell’azione politica, Ugo Spirito ha lavorato a un volume sull’Iran governato da Mohammad Reza Pahlavi. Un libro rimasto inedito nella sua stesura integrale e oggetto, in tempi diversi, di manipolazioni e censure. Conservato nel suo archivio privato, a quarant’anni di distanza il testo appare per la prima volta nella sua versione originale, che rivela il reale pensiero del filosofo.
Lo sforzo compiuto da Spirito è stato volto, nell’autunno del 1978, a comprendere e illustrare criticamente le linee guida della “rivoluzione bianca” dello Scià – avviata nel 1963 – inquadrandole nella storia della Persia e valutandone le possibili evoluzioni, mentre il Paese era sconvolto dalle proteste di piazza sfociate nel 1979 nella rivoluzione islamica guidata dall’ayatollah Khomeyni.

Lo Scià appare a Ugo Spirito come un sovrano illuminato e ne valuta positivamente il sogno di trasformare l’Iran in una sorta di Città del Sole, nella quale regnino l’armonia e la collaborazione tra le classi sociali, nella prospettiva di un intenso sviluppo industriale. Una “città” laica, in cui non vi siano più sfruttatori e sfruttati, ricchi e poveri, proprietari e servi, secondo la tradizione socialista dalla quale, secondo Spirito, lo Scià ha tratto ispirazione per tracciare una “terza via” tra liberismo e comunismo.
Per quanto illuminato, Spirito giudica il regime iraniano un dispotismo dittatoriale, errato sul piano teorico e fatalmente destinato a terminare con la scomparsa del suo protagonista.

Ugo Spirito, Filosofia della grande civilizzazione. La “rivoluzione bianca” dello Scià, a cura di Gianni Scipione Rossi. Postfazione di Hervé A. Cavallera, Luni Editrice, Milano 2019, pp. 192, € 22.00


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Evento organizzato nell’ambito delle celebrazioni del quarantesimo anno dalla scomparsa di Ugo Spirito, e del novantesimo anno dalla nascita di Renzo De Felice, con il contributo previsto dalla Legge di Bilancio 2019, art. 1 co. 416.

Trieste: la Fondazione alla mostra su Camillo Castiglioni

Il 29 giugno 2019 è stata inaugurata a Trieste la mostra “Camillo Castiglioni e il mito della BMW”, organizzata dalla Fondazione Franco Bardelli e dal Comune di Trieste, con la collaborazione di BMW Group Archiv e della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice. La Fondazione ha contribuito con il prestito di numerosi documenti d’archivio conservati nel fondo dello storico e diplomatico Attilio Tamaro.
All’inaugurazione hanno partecipato il vicepresidente della Fondazione Gianni Scipione Rossi, i curatori, l’assessore alla cultura del Comune di Trieste Giorgio Rossi, l’assessore all’ambiente della Regione Friuli Venezia Giulia Fabio Scoccimarro, Claudia Castiglioni, pronipote di Camillo, e i responsabili di BMW Group Archiv.
La mostra, curata da Mauro Martinenzi e Susanna Ognibene, si terrà dal 29 giugno al 21 luglio nella sala Attilio Selva di Palazzo Gopcevich, via G. Rossini, 4.
L’inaugurazione è stata fissata in concomitanza con l’arrivo a Trieste del “Fiva world motorcycle” il più importante evento mondiale di moto d’epoca, che quest’anno si svolge in Slovenia e Croazia, con tappa finale in Piazza Unità. Alla manifestazione saranno presenti anche moto provenienti dal Museo BMW di Monaco.
La mostra, allestita da Omniarem, si pone l’obiettivo di raccontare la straordinaria vita di Camillo Castiglioni, uno dei più grandi finanzieri e industriali europei negli anni Dieci e Venti del Novecento, con un particolare approfondimento relativo al periodo in cui come proprietario della BMW ne favorisce la trasformazione in una fabbrica motociclistica. L’intento è quello di realizzare un’esposizione che valorizzi e ponga in risalto sia la singolare storia umana del Castiglioni, che va oltre la connotazione politica dell’epoca, sia la società, il contesto culturale, politico ed economico attraverso cui il nostro personaggio si muove e vive, con particolare riferimento alle sue radici triestine ed ebraiche.
Camillo Castiglioni nacque a Trieste il 22 ottobre del 1879 da Vittorio, pedagogista ed ebraista (vice rabbino di Trieste, poi rabbino capo di Roma dal 1903 al 1911), e morì a Roma il 18 dicembre del 1957.
Il catalogo della mostra – Camillo Castiglioni e il mito della BMW, Goliardica Editrice, Trieste – è curato da Susanna Ognibene e Mauro Martinenzi, con introduzioni di Fred Jakobs, Head BMW Group Archiv, e di Gianni Scipione Rossi, autore della biografia Lo “squalo” e le leggi razziali. Vita spericolata di Camillo Castiglioni(Rubbettino, 2017).

 

Catello Cosenza, il professore tra accademia e umanità

Mercoledì 19 giugno 2019, presso la sede della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, si è tenuto un commosso e sentito ricordo del Prof. Catello Cosenza, ordinario di Economia Politica alla Facoltà di Scienze Politiche della Sapienza di Roma, a dieci anni dalla scomparsa.

Ad aprire la discussione sul contributo umano e scientifico di Cosenza è stato il Dott. Nicola Benedizione, consigliere di amministrazione della Fondazione che, introducendo all’uditorio presente la figura del Professore, ha evidenziato in particolare il rapporto di amicizia con la Fondazione.

Il primo contributo del pomeriggio è stato affidato al Prof. Adriano Giannola dell’Università Federico II di Napoli. Da economista, Giannola ha ricordato, con particolare vicinanza umana e partecipazione alla vicenda, il rapporto tra Cosenza e il Banco di Napoli, soffermandosi sull’eredità umana e culturale della complessa fase di liquidazione del Banco stesso che li vide partecipi. Il professore, in chiusura, ha dato spazio ai ricordi personali, in particolare ai reciproci stimoli culturali e al legame tra Cosenza e la città di Napoli.

L’Ambasciatore Maurizio Serra, secondo contributo del “Ricordo”, ha richiamato in apertura del suo intervento gli anni di formazione universitaria e il primo incontro con il Prof. Cosenza. Molto interessante lo spunto di riflessione fornito dall’Ambasciatore sulla dimensione pedagogica di Cosenza, particolarmente umile e attento ai giovani.

Il terzo contributo, quello del Dott. Paolo Massa, si è incentrato sull’aspetto culturale e sulla figura di “Maestro” non convenzionale di Cosenza. Particolarmente significativo il parallelo tra lo stesso e l’indimenticabile Keating, interpretato da Robin Williams nell’Attimo fuggente di Peter Weir. In chiusura, Massa ha indicato nella multidisciplinarità la chiave di lettura del pensiero di Cosenza.

Il profilo multidisciplinare del Prof. Cosenza è stato evidenziato anche dalla Prof.ssa Cristiana Abbafati della Sapienza, allieva del Professore e sua stretta collaboratrice scientifica. La professoressa ha presentato, in una sintetica ed esaustiva relazione, l’opera scientifica di Cosenza. Diversi i temi segnalati: dall’economia alla figura dell’economista, fino ad arrivare al complesso rapporto tra politica e scienza economica. La testimonianza della Prof.ssa Abbafati si è conclusa, con un momento di commozione, sul ricordo del carattere spigoloso e sincero del Prof. Cosenza.

Un gradito “fuori programma” è stato affidato a due spontanei contributi sulla figura di Cosenza: quelli del Prof. Augusto Sinagra e del Prof. Gianfranco Lizza, amici, prima che colleghi presso l’A­teneo romano, del Professore. Sinagra si è soffermato sulle idee politiche di Cosenza e sulla sua lettura del fascismo, vissuto non solo come ideale, ma soprattutto come attenzione primaria alle problematiche sociali. Lizza ha invece parlato della collaborazione universitaria con Cosenza e delle peculiarità culturali del Professore, racchiuse nell’espressione “genio e sregolatezza”.

Dopo i due sentiti ricordi appena citati, la parola è passata al Prof. Paolo Simoncelli che, con il rigore che lo contraddistingue, ha ricostruito in maniera dettagliata la biografia di Cosenza, evidenziando, oltre ai ricordi accademici – frutto di un rapporto maturato nell’arco di moltissimi anni di vicinanza –, alcune interessanti e significative vicende familiari.

L’incontro si è concluso con la testimonianza del Prof. Francesco Pezzuto e con il commosso ricordo familiare di Bruno Cosenza, fratello del Professore, presente tra il pubblico.

Le svolte del 1919 nel convegno in Fondazione

Giovedì 13 giugno 2019, dalle ore 16.00, si è tenuto nella Sala della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice il Convegno di studi “La svolta del 1919”.

II convegno si è articolato sulle quattro date principali dell’anno, a livello politico: 18 gennaio, nascita del Partito Popolare Italiano di don Luigi Sturzo; 23 marzo, nascita dei Fasci di Combattimento di Benito Mussolini; 12 settembre, entrata in Fiume di Gabriele d’Annunzio; 16 novembre, elezioni politiche per la prima volta con il sistema proporzionale voluto da Francesco Saverio Nitti.
Quello fu l’anno della nascita dei partiti di massa in Italia e la risposta delle istituzioni fu la trasformazione in senso proporzionale del sistema elettorale; ma fu anche l’anno di d’Annunzio e della impresa di Fiume, il secondo grave vulnus all’Italia liberale (il primo fu la dichiarazione di guerra e il terzo fu la marcia su Roma). Il 1919 fu anche l’anno del massimalismo socialista, quel massimalismo che nei fatti impedì la creazione di un governo stabile e autorevole in Italia dopo le elezioni; ma fu l’anno in cui gli intellettuali pensarono che la rivoluzione fosse possibile, non quella socialista, più volte sbandierata e mai realizzata, ma quella “nazionale”, erede della guerra e del clima di battaglia del dopoguerra.
Del 1919, anno di nascita di due delle grandi famiglie politiche del Novecento, i cattolici democratici e i fascisti, si è dunque parlato  nel convegno,  così articolato:

Giovanni Dessì, docente di Storia delle dottrine politiche, Università di Roma Tor Vergata, segretario generale dell’Istituto Luigi Sturzo.
La nascita e il significato del Partito Popolare Italiano

Giuseppe Parlato, docente di Storia contemporanea, Unint di Roma, presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice
Da San Sepolcro a Fiume

Simonetta Bartolini, docente di Letteratura Italiana contemporanea, Unint di Roma
Il diciannovismo degli intellettuali

Andrea Ungari, docente di Storia contemporanea, Università Guglielmo Marconi di Roma
Il ‘19 del Re

Silvio Berardi, docente di Storia contemporanea, Università Niccolò Cusano di Roma
Nitti e la proporzionale, con uno sguardo all’Europa

Ha coordinato
Gianni Scipione Rossi, vice presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice.

Gli atti del convegno saranno pubblicati nel n. 2/2019 degli Annali della Fondazione.

Attualità del pensiero di Augusto del Noce: convegno a Trieste

La Fondazione ha patrocinato il convegno di studi “Augusto Del Noce. Attualità del suo pensiero”, svoltosi a Trieste il 30 e 31 maggio 2019, per iniziativa della Lega Nazionale e della Fondazione Augusto Del Noce. Il convegno ha ottenuto il patrocinio anche del Senato della Repubblica, del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, del Cnr, del Comune di Trieste, dell’Università di Trieste e della Regione Friuli Venezia Giulia. Il presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, Giuseppe Parlato, ha tenuto la relazione Del Noce, Baget Bozzo, Gedda: Resistenza, “partito cristiano” e crisi del centrismo.

La transizione dal fascismo e dal franchismo alla democrazia, convegno Italo-spagnolo

Presso la Escuela Española de Historia y Arqueología en Roma (EE- HAR), organismo della Agencia Estatal Consejo Superior de Investigaciones Científicas (CSIC), si è tenuto il 14 maggio 2019 a Roma il convegno internazionale sul tema “La transizione del fascismo e del franchismo alla democrazia”. Il convegno è stato organizzato, oltre che dall’ente spagnolo ospitante, dall’Università della Tuscia, dall’Università di Navarra, dalla Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, con il sostegno del Governo di Spagna e dell’Unione Europea. Giuseppe Parlato, ordinario di Storia contemporanea nella Unint di Roma e presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice ha tenuto la relazione “Pro aris et focis”. Luigi Gedda e il progetto cattolico nazionale nell’Italia degli anni Cinquanta. Andrea Ungari, docente di Storia contemporanea nella Università Guglielmo Marconi di Roma e componente il CdA della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, ha tenuto la relazione I monarchici e la Chiesa Cattolica negli anni della transizione 1944/1946.

Il Novecento attraverso i giornali, il caso di Mino Pecorelli

Giovedì 28 marzo 2019 si è tenuto nella sala della Fondazione un incontro sul tema Inchieste, scoop, impegno civile. Il giornalismo di Mino Pecorelli: “Op-Osservatore Politico” 1978-1979.
Ha coordinato Nicola Rao, vicedirettore Tgr Rai, saggista, consigliere d’amministrazione Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice. Sono intervenuti Paolo Patrizi, giornalista, già caporedattore di “OP-Osservatore Politico”, e Gianni Scipione Rossi, direttore del Centro Italiano di Studi Superiori per la Formazione e l’Aggiornamento in Giornalismo Radiotelevisivo e vicepresidente Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice.
Il settimanale “OP-Osservatore Politico” fu fondato e diretto dall’avvocato e giornalista Carmine (Mino) Pecorelli (1928-1979). Nato a Sessano del Molise, nel 1944 Pecorelli, appena sedicenne, si arruolò nel II Corpo d’armata polacco in quel periodo attivo nella zona nella guerra contro i tedeschi. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale si diplomò a Roma; successivamente si trasferì a Palermo, dove si laureò in legge.
Tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta lavorò nella capitale come avvocato. Divenne esperto di diritto fallimentare e fu nominato capo ufficio stampa del ministro Fiorentino Sullo, iniziando così ad entrare nell’ambiente del giornalismo.
Dopo un periodo a “Nuovo Mondo d’Oggi”, nel 1968 Pecorelli fonda “OP” come agenzia di stampa ciclostilata, che si distinse per le informazioni su politici, militari e magistrati, grazie anche alle relazioni del direttore con esponenti dei servizi segreti. All’inizio del 1978 “OP – Osservatore Politico” si trasformò in una rivista. Il primo numero uscì il 28 marzo il sottotitolo “Settimanale di fatti e notizie”. Privo di pubblicità, il settimanale ebbe un notevole successo e arrivò a diffondere in edicola 20mila copie. Fu un giornale di inchiesta e denuncia della corruzione e dei legami tra affari e politica, nel solco dell’antipartitocrazia che si era andata diffondendo con la crisi del centro sinistra.
Gli scoop più rilevanti di “OP” furono le ultime lettere di Aldo Moro prigioniero delle Brigate Rosse e un’inchiesta sulle presunte attività illecite di esportazione di valuta e contrabbando condotte dalla Guardia di Finanza sotto il comando del generale Raffaele Giudice. L’assassinio del direttore Pecorelli, avvenuto a Roma il 20 marzo 1979 e rimasto impunito, causò la cessazione della rivista. L’ultimo numero uscì il 27 marzo di quell’anno.
La collezione 1978 della rivista è conservata nell’emeroteca della Fondazione. Disponibile è anche la collezione del settimanale “OP nuovo”, che vide la luce tre anni dopo l’omicidio di Pecorelli, con la direzione di Paolo Patrizi, affiancato da Adelchi Perissinotto, Stefano Rossi e, per un periodo, da Sergio Tè. Fu un’esperienza editoriale di breve durata. Ne uscirono undici numeri (31 marzo-9 giugno 1982).

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L’intervento introduttivo di Nicola Rao

40 anni fa, esattamente il 20 marzo 1979, in via Orazio, quartiere Prati, a due passi dalla sede del suo giornale (via Tacito), 5 km in linea d’aria da questa sala, il giornalista cinquantenne Mino Pecorelli veniva ucciso con 4 colpi di pistola sparati a distanza ravvicinata attraverso il finestrino della sua auto, subito dopo essere salito a bordo.

Oggi ci ritroviamo qui, non per parlare della sua morte ( né delle ipotesi e delle inchieste su mandanti ed esecutori, che purtroppo non hanno ancora accertato nulla) ma per parlare della sua vita. Soprattutto della sua vita professionale. Ci sono delle persone che spesso vengono identificate con un’etichetta, un aggettivo, una definizione che le accompagnano per tutta la vita e oltre. E che vengono ricordate o conosciute con quel marchio perenne. Nel bene e nel male. Io, per cultura, ma anche per formazione e per deformazione professionale, ho sempre diffidato dei luoghi comuni e delle verita’ assiomatiche. Ho sempre coltivato il dubbio e pensato che non sempre le cose stanno come ce le raccontano o come tutti credono. Ecco, Mino Pecorelli è vissuto, morto ed ancora oggi, dopo 40 anni, ricordato con una serie di etichette o definizioni che vengono ripetute e si tramandano di padre in figlio: ricattatore, uomo della massoneria e/o dei servizi segreti, portavoce e portatore di affari e gruppi di pressione e/o interessi. Provocatore e chi più ne ha più ne metta. Gianni ed io, come componenti del cda di una fondazione di ricerca storica sul Novecento, come la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, abbiamo pensato che fosse interessante ed ancora corretto, storicamente e giornalisticamente, provare a scardinare la corazza del luogo comune e vedere se dentro o dietro ci fosse qualcos’altro a proposito di Mino Pecorelli. Ed abbiamo trovato molto altro. In effetti.

Sinteticamente, chi era Mino Pecorelli? Nato in un paesino del Molise nel v1928 ha vissuto tante vite diverse dentro una sola vita, come molti della sua generazione.

Comincia presto ad aggredirla, la vita. Appena quindicenne, lui giovane molisano, ad aggregarsi, come volontario al Secondo Corpo Polacco, comandato dal generale Anders, che combattè a fianco degli inglesi a Cassino, Montelungo e Ancona. Tenete a mente questo episodio, perchè è importante per il suo futuro e ne riparleremo.

Dopo la guerra si laurea in legge, diventa avvocato e contemporaneamente si avvicina agli ambienti dell’allora ministro democristiano Fiorentino Sullo. Anche questa esperienza sara’ importante. Poi la passione prevale sul resto. E nel 67, lascia di fatto l’attività legale per tuffarsi nel giornalismo. Fonda, con altri colleghi, il settimanale ‘Nuovo mondo d’oggi’, il 19 novembre fa il suo primo grande scoop: un’intervista all’ufficiale dei parà Roberto Podestà che sostiene di essere stato incaricato di rapire e uccidere l’allora premier Aldo Moro nel 64 e darne la colpa all’estrema sinistra. Fino a quando, il 20 ottobre 1968, non dà vita ad una nuova testata: l’agenzia settimanale Op. Prima con Franco Simeoni, che come lui veniva da Nuovo Mondo d’Oggi, poi, per qualche mese, con l’ufficiale del Sid, Nicola Falde ed infine con colui che sarà il suo braccio destro, ma anche sinistro, fino alla fine: Paolo Patrizi.

Dal 68 al 78, per dieci anni, Pecorelli invierà ad un migliaio di persone, tra addetti ai lavori e ad abbonati, il ciclostile della sua agenzia, piena di scoop, anticipazioni, retroscena, sul mondo della politica, delle forze armate, dei servizi segreti, dei misteri d’Italia, ma anche della chiesa e della massoneria. Le fonti da cui Pecorelli attinge le notizie sono tante e le più disparate. Ma sono tutte fonti di prima mano e, spesso, di grande spessore.

Vorrei citarne alcune che, a mo’ di esempio, enuclea un atto ufficiale e terzo, come la sentenza di primo grado per il suo omicidio, emessa 20 anni dopo la sua morte. Leggo testualmente: i generali Miceli, Falde e Maletti del Sid, i politici Evangelisti, Bisaglia, Piccoli, colombo, Danesi, Carenini, De Cataldo. Il comandante generale dei Carabinieri Mino. Federico Umberto D’Amato dell’Ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno. I magistrati D’Anna, Alibrandi, Infelisi, Testi. Gli industriali e/o affaristi Walter Bonino e Flavio Carboni. E Inoltre Tommaso D’Addario dell’Italcasse. Ezio Radaelli impresario degli spettacoli, l’avvocato Gregori, gli alti ufficiali dei carabinieri Antonio Varisco e Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Certo, ci sono stati e ci saranno sempre giornalisti politici che hanno rapporti privilegiati con fonti della politica, giornalisti investigativi e giudiziari che ne hanno con fonti dei servizi, forze ordine e magistratura, giornalisti economici con imprenditori e vertici di aziende e banche. Ma che un solo giornalista riesca ad intessere rapporti e ad attingere notizie da tutti questi mondi non ne ricordo a memoria. Forse il solo Bruno Vespa, che infatti, nei suoi libri annuali recupera episodi e retroscena, ma Pecorelli ogni settimana usciva con pagine e pagine di notizie e indiscrezioni continue, un esempio secondo me unico nel panorama giornalistico italiano.

I rapporti con il mondo militare e dei servizi aveva cominciato a crearseli durante la sua esperienza militare durante la guerra. Quelli con il mondo politico e democristiano durante la sua avventura con Fiorentino Sullo. Ma poi questi rapporti li aveva ampliati ed estesi a dismisura.

Brevemente, nel marzo 78, in coincidenza casuale ma inquietante con via Fani, Pecorelli decide di passare dall’agenzia per abbonamenti al settimanale cartaceo da vendere in edicola. A 500 lire a numero. Quasi 60-70 pagine, con tanto di cruciverba finale ed indice dei nomi citati, come se fosse un libro.

Il caso Moro, la strage di via Fani, i 55 giorni della sua prigionia, la sua morte il 9 maggio, saranno il perno attorno a cui ruoterà, fino alla fine l’avventura di Op e di Mino Pecorelli. Il giornalista ne era ossessionato. Capiva e scriveva che dopo quella vicenda, nulla sarebbe stato più come prima. La Democrazia Cristiana, il Palazzo, i sistemi e i gruppi di potere, quella che sarebbe poi passata alla storia come Prima Repubblica, ne avrebbero risentito in maniera devastante e irrimediabile.

Durante i 55 giorni, Pecorelli si schiera con il Psi per la trattativa con le Br. Il 18 aprile primo scoop, copertina con la frase ‘’Il mio sangue ricada sulle teste di Cossiga e Zaccagnini’’ (lettera rimasta segreta, inviata da Moro al professor Tritto l’8 aprile). Poi, dopo il ritrovamente del cadavere del presidente della Dc, comincia a pubblicare scoop. Il 13 giugno pubblica 3 lettere inedite del presidente. Il 1 ottobre, arrestati vertici Br via Montenevoso e trovato parte del memoriale Moro.

Poi il 17 ottobre 1978 nella rubrica lettera al direttore pubblica una strana missiva, di cui non cita il mittente, che recita cosi: ‘’Signor direttore, permetta un piccolo scritto ad un suo affezionato lettore, che dopo l’estate si è posto una domanda: Cossiga sa tutto su Moro ma non parla. E si è risposto da solo: Non parlerà mai, altrimenti…’’.

E più avanti: <Cossiga sapeva tutto, sapeva persino dov’era tenuto prigioniero., dalle parti del ghetto…(ebraico). Dice: il corpo era ancora caldo… Perché un generale dei Carabinieri era andato a riferirglielo di persona nella massima segretezza. Dice: perché non ha fatto nulla? Risponde: il ministro non poteva decidere nulla su due piedi, doveva sentire più in alto, e qui sorge il rebus: quanto più in alto, magari sino alla loggia di Cristo, in Paradiso? Fatto sta, si dice, che la risposta il giorno dopo, quando la sentenziò, fu lapidaria: abbiamo paura di farvi intervenire perché se per caso a un carabinieri parte un colpo e uccide Moro oppure i terroristi lo ammazzano, chi se la prende la responsabilità ? Risposta da prete.

E poi: <Ci sarà solo da immaginare, caro direttore, chi sarà l’Anzà della situazione. Ovvero quale generale dei Cc avrà trovato suicida o morto per veleno (Borghese docet) o in un incidente a Ibiza…

E si conclude: <E se toccasse proprio al ministro? Speriamo di no. Ci è simpatico e poi è il cognato di Berlinguer e l’epoca di Sarajevo è un po’ lontana, non le pare? Purtroppo il nome del generale Cc è Noto: amen. Il fatto è vero, che ne pensa, uscirà  allo scoperto o no?>.

E in apertura dello stesso numero lungo pezzo pro Dalla Chiesa dal titolo: <perché solo adesso? Dalla Chiesa si presenta: arrestati probabili autori del sequestro Moro. Lodi dalla stampa le felicitazioni dal governo. Un solo interrogativo: perché solo ora e non durante il sequestro Moro?>. Del resto, tutto fa ritenere che fosse stato lo stesso Dalla Chiesa la ‘fonte anonima’ della lettera non firmata e che il generale dei Carabinieri, citato come ‘Amen’, fosse lo stesso Dalla Chiesa.

E proprio in questi giorni di ottobre, accanto ad altri giovani colleghi, entra in scena anche un giovane aspirante giornalista, Gianni Scipione Rossi. Che comincia a collaborare con la redazione di via Tacito.