Ugo Spirito e l’Iran dello Scià: il 25 settembre incontro sull’inedito pubblicato per la prima volta in versione integrale

Nel quadro delle iniziative di studio e ricerca avviate dalla Fondazione nel quarantesimo anniversario della morte di Ugo Spirito, mercoledì 25 settembre 2019, alle 18.00, si tiene a Roma, nella sede di Piazza delle Muse 25, un incontro sulle riflessioni dedicate nel 1978 dal filosofo alle prospettive del regime iraniano guidato dallo Scià Mohammad Reza Pahlavi.
Sulla base dell’inedito Filosofia della grande civilizzazione. La “rivoluzione bianca” dello Scià, pubblicato per la prima volta nella sua versione integrale da Luni Editrice in coedizione con la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, ne discutono Giuseppe Parlato, presidente della Fondazione e professore ordinario di Storia contemporanea nella Unint di Roma, Gianni Scipione Rossi, vicepresidente della Fondazione e curatore del volume, Hervé A. Cavallera, professore onorario nell’Università del Salento e autore della postfazione, e Rodolfo Sideri, direttore dei Corsi di formazione della Fondazione.

La IV di copertina: Spirito
nella residenza estiva di Todi

Il libro
Negli ultimi mesi di una vita segnata da una speculazione che tende a inverarsi nell’azione politica, Ugo Spirito ha lavorato a un volume sull’Iran governato da Mohammad Reza Pahlavi. Un libro rimasto inedito nella sua stesura integrale e oggetto, in tempi diversi, di manipolazioni e censure. Conservato nel suo archivio privato, a quarant’anni di distanza il testo appare per la prima volta nella sua versione originale, che rivela il reale pensiero del filosofo.
Lo sforzo compiuto da Spirito è stato volto, nell’autunno del 1978, a comprendere e illustrare criticamente le linee guida della “rivoluzione bianca” dello Scià – avviata nel 1963 – inquadrandole nella storia della Persia e valutandone le possibili evoluzioni, mentre il Paese era sconvolto dalle proteste di piazza sfociate nel 1979 nella rivoluzione islamica guidata dall’ayatollah Khomeyni.
Lo Scià appare a Ugo Spirito come un sovrano illuminato e ne valuta positivamente il sogno di trasformare l’Iran in una sorta di Città del Sole, nella quale regnino l’armonia e la collaborazione tra le classi sociali, nella prospettiva di un intenso sviluppo industriale. Una “città” laica, in cui non vi siano più sfruttatori e sfruttati, ricchi e poveri, proprietari e servi, secondo la tradizione socialista dalla quale, secondo Spirito, lo Scià ha tratto ispirazione per tracciare una “terza via” tra liberismo e comunismo.
Per quanto illuminato, Spirito giudica il regime iraniano un dispotismo dittatoriale, errato sul piano teorico e fatalmente destinato a terminare con la scomparsa del suo protagonista.

Ugo Spirito, Filosofia della grande civilizzazione. La “rivoluzione bianca” dello Scià, a cura di Gianni Scipione Rossi. Postfazione di Hervé A. Cavallera, Luni Editrice, Milano 2019, pp. 192, € 22.00


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Evento organizzato nell’ambito delle celebrazioni del quarantesimo anno dalla scomparsa di Ugo Spirito, e del novantesimo anno dalla nascita di Renzo De Felice, con il contributo previsto dalla Legge di Bilancio 2019, art. 1 co. 416.

Acquisito dalla Biblioteca il fondo di Bartolo Gallitto

 

Uno dei volumi del fondo Gallitto

La Biblioteca della Fondazione ha acquisito, donata dagli eredi,  parte del fondo librario di Bartolo Gallitto (Floridia 1921, Val di Fiemme 2009). Avvocato specialista in diritto del lavoro, ex marò del Battaglione Nuotatori Paracadutisti nella Rsi e già presidente dell’Associazione combattenti X Mas, è stato consigliere d’amministrazione di vari Enti pubblici quali Inail e Inps e componente laico del Consiglio Superiore della Magistratura, consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Roma e presidente dell’Enas. Esponente storico del MSI romano e poi di Alleanza Nazionale, alla nascita del PDL fu membro del Comitato dei garanti. Il lascito arricchisce, con molti volumi di difficile reperibilità, la sezione della Biblioteca relativa alla storia della destra. Il fondo librario sarà catalogato e messo a disposizione degli studiosi. Read more

Da San Sepolcro a Fiume

di Giuseppe Parlato

[…]

Ma fu senza dubbio l’impresa di Fiume a suscitare in Mussolini una forte prospettiva politica. Nel giugno 1919, da poco costituiti i Fasci, si era messo a disposizione di Gabriele d’Annunzio: in quel momento il futuro duce non era così famoso e aveva tutto da guadagnare da un saldo legame con il Vate. Detto ciò, tuttavia, Mussolini non faceva parte del gruppo più vicino al Comandante e di conseguenza non ebbe parte nel concepimento e nella preparazione dell’impresa fiumana.
«Il Popolo d’Italia» salutò con entusiasmo e ardore patriottico l’arrivo di d’Annunzio a Fiume. Tuttavia, l’impresa di Fiume aveva una forte connotazione nazionalista, visto che l’Associazione Nazionalista Italiana era riuscita a inserire un uomo come Giovanni Giuriati quale capogabinetto del Comandante. La stragrande maggioranza degli ex combattenti vide positivamente la spedizione su Fiume. Mussolini era d’accordo con il Vate e promise la forza dei suoi militanti, che in verità non erano molti. Sia Mussolini, sia D’Annunzio auspicavano che la “rivoluzione nazionale” si estendesse da Fiume a tutta Italia, ma così non avvenne.
Di qui incominciarono a incrinarsi i rapporti fra i due: ne è testimonianza una famosa lettera di D’Annunzio nella quale lo sdegnato Comandante insulto’ il futuro duce e tutto il popolo italiano per non essere insorto; divenne ancora più furibondo quando lesse la sua lettera pubblicata sul quotidiano di Mussolini, emendata da tutti gli insulti.

[…]

Si anticipa un brano del saggio Da San Sepolcro a Fiume, in pubblicazione negli “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, a. I, n. 2, 2019, nuova serie (XXXI), pp. 89-115. Il saggio è compreso negli atti del convegno La svolta del 1919, svoltosi il 13 giugno 2019 nella sede della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice. La sezione (pp. 87-163) comprende anche saggi di Simonetta Bartolini, Silvio Berardi, Giovanni Dessì, Andrea Ungari.

In preparazione il secondo fascicolo 2019 degli “Annali”: prenotate la vostra copia

È in preparazione il secondo fascicolo semestrale degli “Annali” della Fondazione (Anno I, n. 2/2019 XXXI, nuova serie).
Il fascicolo, ricco di contributi originali, si aprirà con una sezione di “Inediti e studi” dedicata, in occasione degli anniversari, a Ugo Spirito e Renzo De Felice. I contributi di presentazione e approfondimento sono di Giuseppe Parlato, Nota introduttiva a Validità della biografia nella ricerca storica, di Renzo De Felice; Rodolfo Sideri, Filosofia, politica, religione: le ultime lettere a Ugo Spirito (1976-1979); Danilo Breschi, con il saggio Morte della filosofia e sfondamento ontologico. Ugo Spirito in dialogo con Guido Calogero, presenta Guido Calogero e la filosofia del dialogo, di Ugo Spirito.

La seconda sezione conterrà gli Atti del Convegno di studi “La svolta del 1919”, tenutosi nella sede della Fondazione il 13 giugno 2019. Gli autori dei contributi sono: Giuseppe Parlato, Da San Sepolcro a Fiume; Giovanni Dessì, La nascita e il significato del Partito Popolare Italiano; Simonetta Bartolini, Il diciannovismo degli intellettuali; Silvio Berardi, Nitti e la proporzionale, con uno sguardo all’Europa; Andrea Ungari, Il ’19 del Re.

La sezione “Saggi” presenterà in questo secondo fascicolo una serie eterogenea di studi. Questi i titoli presenti: Il Partito repubblicano italiano e la caduta del Muro di Berlino, di Silvio Berardi; Antagonismo alla modernità in Europa sud-orientale: il nazionalismo romeno, di Stefano Santoro; Sozialreform e Berufständische Ordnungnell’opera di Johannes Messner, di Giovanni Franchi; L’evoluzione storica del sistema parlamentare austriaco, di Ulrike Haider-Quercia; Obiettivi e organizzazione della propaganda fascista nelle università inglesi, di Tamara Colacicco; Il fascismo e la mancata rivoluzione antiborghese, di Cristian Leone.
Protagonista della quarta sezione, curata da Gianni Scipione Rossi, sarà invece Attilio Tamaro e, in particolare, il suo rapporto con l’impresa di Fiume. Oltre al contributo introduttivo di Rossi, Giornalista e agitatore: la Dalmazia e il sogno infranto di Attilio Tamaro, la sezione conterrà, dall’Archivio della Fondazione, alcune pagine inedite di Tamaro: Trieste, Fiume, Zara: pagine inedite 1920-1921.
Nella sezione “Note sul Novecento”, Danilo Breschi pubblicherà Tieni a mente Tienanmen e Nicola Rao, La madre di tutte le stragi. Piazza Fontana cinquant’anni dopo.

Completeranno il fascicolo le recensioni, le segnalazioni librarie, la sezione “Dall’Archivio”, con Il Fondo Luigi Romersa presentato da Alessandra Cavaterra, e le notizie sull’attività della Fondazione.

Per leggere gli Annali è possibile acquistare il singolo articolo, il singolo volume o l’abbonamento annuale, a queste condizioni:
– Singolo articolo (versione pdf): 5,00 €
– Singolo volume (versione digitale): 10,00 €
– Singolo volume (versione cartacea): 20,00 €
– Abbonamento annuale (versione digitale): 20,00 €
– Abbonamento annuale (versione cartacea): 35,00 €
In caso di acquisto del volume cartaceo, l’invio avverrà all’indirizzo segnalato senza costi aggiuntivi.
È possibile pagare utilizzando Paypal, disponibile sul sito nella sezione Pubblicazioni, o attraverso bonifico bancario. Tutte le informazioni sono reperibili a questa pagina: http://fondazionespirito.it/annali-della-fondazione/

Nuovamente disponibile il primo fascicolo 2019 degli “Annali”

È di nuovo disponibile il primo fascicolo semestrale degli “Annali” della Fondazione (Anno I, n. 1/2019 XXXI, nuova serie, prima ristampa).
I filosofi Ugo Spirito e Giovanni Gentile e il sociologo Gino Germani sono i “protagonisti” del nuovo fascicolo degli “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, che ha aperto la nuova fase della rivista fondata nel 1989. Trentuno anni dopo, gli “Annali”, conservando le caratteristiche di rigore scientifico che li hanno fatti apprezzare nel tempo, diventano un periodico semestrale.

Nel quadro delle iniziative che la Fondazione ha in programma nel quarantennale della morte di Ugo Spirito e nel novantesimo anniversario della nascita di Renzo De Felice, il fascicolo si apre con una sezione dedicata al filosofo aretino, curata da Gianni Scipione Rossi. Contiene l’inedito Verso la grande civilizzazione, scritto da Spirito nel 1978, come appendice a un libro dedicato all’analisi e alle prospettive della “rivoluzione bianca” voluta in Iran dallo Scià Mohammad Reza Pahlavi, rovesciato all’inizio del 1979 dalla rivoluzione islamista degli ayatollah. Il libro non è mai stato pubblicato in Italia nella sua integralità e fu al centro di un giallo bibliografico, che il saggio introduttivo intende finalmente chiarire sulla base di una approfondita analisi delle fonti archivistiche.

Giovanni Gentile

Nella seconda sezione, “Giovanni Gentile nella cultura italiana”, curata da Rodolfo Sideri e introdotta da Hervé A. Cavallera, trovano spazio gli atti del convegno tenuto in Fondazione sul pensiero del filosofo. Questi i saggi: Il soggetto gentiliano tra esistenzialismo e postmoderno di Rodolfo Sideri; Eternità e divenire dell’atto. La critica di Gentile al relativismo, di Hervé A. Cavallera; La Teoria generale dello spirito come atto puro e la costruzione dell’attualismo, di Massimo Piermarini; El desafío del devenir, di Francesc Moratò; L’ombra del pensato. La teoresi gentiliana dell’errore, di Giuseppe D’Acunto; Vae soli, attualismo e solipsismo, di Tiziano Sensi; L’Enciclopedia di Gentile, di Alessandra Cavaterra.
Gino Germani, un inedito e il suo archivio” è il titolo della sezione dedicata al sociologo italo-argentino nel quarantennale della morte. La sezione è introdotta dalla studiosa argentina Ana Grondona, con il saggio Autoritarismo(s), clases medias y el problema de las generaciones, che introduce lo scritto inedito di Gino Germani presente nel suo archivio, conservato dalla Fondazione: Ceti e generazioni alla vigilia della Marcia su Roma.

Gino Germani

La sezione è completata dal saggio Gino Germani: la sociología, los viajes, el exilio, nel quale lo studioso argentino Juan Ignacio Trovero dà conto analiticamente del contenuto dell’archivio Germani. Grondona e Trovero, che hanno a lungo esaminato le carte Germani presso la Fondazione, lavorano presso l’Università di Buenos Aires e nell’Instituto de Investigaciones Gino Germani attivo nella capitale argentina.
Il fascicolo presenta inoltre i saggi La genesi del Consiglio Nazionale delle Ricerche (1915-1923), di Andrea Perrone; Il Capodanno perduto del 1947, di Leonardo Varasano; Il fascismo e l’europeismo di Gian Domenico Romagnosi, di Matteo Antonio Napolitano; Un guascone nel Novecento: Valerio Pignatelli di Cerchiara, di Andrea Cendali Pignatelli.

Nella nuova sezione “Note sul Novecento”, Danilo Breschi pubblica Quella voglia di libertà che da Praga brucia ancora e Nicola Rao, 20 luglio 1969, l’avventura che ci fece sognare.
Completano il fascicolo le recensioni, le segnalazioni librarie e le notizie sull’attività della Fondazione.

Per leggere gli Annali è possibile acquistare il singolo articolo, il singolo volume o l’abbonamento annuale, a queste condizioni:
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La questione settentrionale fra dualismi territoriali e trasformazioni economiche

di Filippo Sbrana

//Nel dibattito pubblico italiano la cosiddetta “questione settentrionale” diventa un tema di rilievo nel 1992, a seguito della significativa affermazione della Lega Nord nelle elezioni politiche. Non è un evento improvviso ma il punto di arrivo di un processo almeno ventennale, che in un lasso di tempo relativamente breve contribuisce a determinare due avvenimenti di grande rilievo nella storia dell’Italia repubblicana: il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica e la rapida scomparsa dalle priorità del Paese della questione territoriale che aveva lungamente caratterizzato la storia italiana, quella meridionale.
Si tratta di una vicenda complessa, che vede convergere elementi economici e sociali ma anche politici e culturali, dinamiche locali e problemi nazionali, dati oggettivi e percezioni soggettive. Generalmente viene analizzata dagli anni Ottanta, perché in quella fase si manifesta il fenomeno leghista, che a lungo ne rappresenta «il riassunto, lo specchio e l’attore principale». Tuttavia, in una lettura d’insieme del fenomeno, gli avvenimenti degli anni Settanta rappresentano una premessa imprescindibile per comprendere la questione settentrionale. All’origine infatti vi sono i rapidi e rilevanti cambiamenti economici intervenuti alla metà degli anni Settanta, ai quali seguono risposte politiche inadeguate che generano nel Nord un forte “malessere”. Questo si diffonde in larghi strati della popolazione delle regioni più ricche, di fronte ad uno Stato centrale percepito come assente o addirittura come ostacolo per lo sviluppo economico e l’amministrazione del territorio, favorendo progressivamente l’esaurimento di una visione unitaria e solidale del Paese. L’intento di questo contributo è di mettere a fuoco le premesse economiche e sociali della crisi fra Nord e Sud, la diffusione di un crescente malessere nella società settentrionale e le conseguenze politiche che s’inter- secano con il crepuscolo della Prima Repubblica.

Crisi economica, regioni e malessere verso il Sud
La questione settentrionale è una vicenda relativamente recente, ma ha radici antiche. La polemica contro il centralismo dura infatti da lungo tempo, in un’area del Paese particolarmente proiettata nella sfera economica, venata d’insofferenza verso uno Stato percepito come burocratico, lontano da istanze di matrice produttive e accentrato. Già nell’età liberale, trasversalmente alle sue diverse componenti laiche e cattoliche, il pregiudizio verso il centralismo è forte. Eppure si accompagna alla scelta di non impegnarsi politicamente in prima linea a livello nazionale, nonostante la vita politica locale sia vivace e generatrice d’importanti innovazioni. Ci sono alcune eccezioni, ma in linea di massima le elite settentrionali – in modo particolare milanesi e lombarde – preferiscono dedicarsi alle attività economiche o all’impegno politico locale, piuttosto che all’amministrazione dello Stato.
In età repubblicana, le origini della vicenda sono negli anni Settanta e s’incardinano in due vicende fra le più importanti di questo decennio: la prima è la pesante crisi economica che investe il Paese, l’altra è l’attuazione dell’ordinamento regionale, di cui si dirà nelle pagine seguenti. La crisi prende le mosse dallo shock petrolifero del 1973, che s’innesta sulle turbolenze seguite all’inconvertibilità del dollaro e in Italia si somma ad altri elementi di fragilità dell’economia. È una vicenda fortemente periodizzante nella storia economica e non solo.

[…]

Il saggio integrale in “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, a. 2012-2013, XXII-XXIII, pp. 69-90.

Costruzione di una tradizione: l’Aeronautica militare e la nascita di un pantheon mitopoietico (1923-1937)

di David Rettura

//L’Aeronautica è impegnata sin dalla sua fondazione, nel 1923, in un compito tutt’altro che marginale per una forza armata: tra i suoi ranghi vi è una sicura e precoce consapevolezza di dovere costruire un sistema di miti e tradizioni che possano stare a supporto dei valori che essa ha scelto di veicolare; nel caso particolare dell’Arma Azzurra questi sono poi contigui a quelli del governo dell’epoca. Tutto questo avviene principalmente attraverso l’utilizzo della tradizione maturata dagli aviatori italiani durante la Prima Guerra Mondiale, quando ancora facevano parte dei ranghi dell’Esercito e della Marina, e di questa tradizione la punta di diamante era rappresentata dalla figura di Francesco Baracca, che degli aviatori italiani era stato il più famoso; non mancarono però i tentativi di costruire una mitologia del tutto autonoma e questi proseguirono sino alle soglie del secondo conflitto mondiale.
Il bisogno di statuire il carattere di nazionalità e necessità dell’arma aerea è sentito da subito e lo fa Rodolfo Gentile, allievo dell’Accademia, sulle pagine della «Rivista Aeronautica» nell’agosto del 1925, quando affidando alla penna le sue riflessioni di giovane militare si lascia andare all’epica perché

<si è accoppiata alla conquista dell’aria qualche cosa di non meno sublime: la Patria. E, sorella ultima ma non meno gagliarda delle altre armi, l’Aeronautica vola per i nostri colori, per la difesa delle nostre città, ed il rispetto della nostra Nazione, per la nostra vittoria immancabile>

e risulta evidente che le imprese militari aeronautiche

<hanno motivi lirici superbi, che nelle guerre moderne non si incontravano più. Prima degli ”Assi” luminosi nella loro aureola di gloria, bisognava cer- care spunti di eroismo nelle gesta dei cavalieri senza macchia, fra i puri eroi cristiani del lontano medio evo, o piuttosto fra gli eroi omerici dell’Ellade antica, i quali più si avvicinano nella loro compiuta perfezione eroica ai volatori di oggi>.

Ancora più importanti le parole che compaiono nel dicembre del 1925 sulla «Rassegna Italiana», e che vengono ripubblicate sulla «Rivista Aeronautica» con il titolo L’arma dell’aria: portano la firma di Ruggero Piccio, che era all’epoca Capo di Stato Maggiore della Regia Aeronautica ed era stato nel conflitto mondiale tra gli Assi.

[…]

Il saggio integrale in “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, a. 2012-2013, a. XXII-XXIII, pp. 49-67.

Ugo Spirito e l’Iran. In libreria l’inedito del filosofo

È disponibile nelle librerie tradizionali e online l’inedito di Ugo Spirito, Filosofia della grande civilizzazione, a cura e con introduzione di Gianni Scipione Rossi e con una postfazione di Hervé A. Cavallera.

Come sarebbe oggi l’Iran se quaranta anni fa, nel gennaio del 1979, lo Scia’ Mohammad Reza Pahlavi non fosse stato costretto all’esilio e non avesse vinto la rivoluzione islamica degli ayatollah? E quali sarebbero stati gli equilibri nella cruciale area geopolitica mediorientale? Domande senza risposta certa, naturalmente.
È invece oggi possibile sapere come Ugo Spirito avrebbe voluto che fosse, consapevole che il regime di Pahlavi non sarebbe potuto durare senza superare la lunga fase della tecnocrazia autoritaria.

Il libro

Negli ultimi mesi di una vita segnata da una speculazione che tende a inverarsi nell’azione politica, Ugo Spirito ha lavorato a un volume sull’Iran governato da Mohammad Reza Pahlavi. Un libro rimasto inedito nella sua stesura integrale e oggetto, in tempi diversi, di manipolazioni e censure, Conservato nel suo archivio privato, a quarant’anni di distanza il testo appare per la prima volta nella sua versione originale, che rivela il reale pensiero del filosofo.
Lo sforzo compiuto da Spirito è stato volto, nell’autunno del 1978, a comprendere e illustrare criticamente le linee guida della “rivoluzione bianca” dello Scià – avviata nel 1963 – inquadrandole nella storia della Persia e valutandone le possibili evoluzioni, mentre il Paese era sconvolto dalle proteste di piazza sfociate nel 1979 nella rivoluzione islamica guidata dall’ayatollah Khomeyni.

1 febbraio 1979: Khomeyni
sbarca a Teheran

16 gennaio 1979: Reza Pahlavi
e Farah Diba lasciano Teheran

Lo Scià appare a Ugo Spirito come un sovrano illuminato e ne valuta positivamente il sogno di trasformare l’Iran in una sorta di Città del Sole, nella quale regnino l’armonia e la collaborazione tra le classi sociali, nella prospettiva di un intenso sviluppo industriale. Una “città” laica, in cui non vi siano più sfruttatori e sfruttati, ricchi e poveri, proprietari e servi, secondo la tradizione socialista dalla quale, secondo Spirito, lo Scià ha tratto ispirazione per tracciare una “terza via” tra liberismo e comunismo. Per quanto illuminato, Spirito giudica il regime iraniano un dispotismo dittatoriale, errato sul piano teorico e fatalmente destinato a terminare con la scomparsa del suo protagonista.

La IV di copertina: Spirito
nella residenza estiva di Todi

Ugo Spirito (Arezzo 1896 – Roma 1979), è stato uno dei maggiori filosofi italiani del Novecento. Ha insegnato nelle università di Pisa, Messina, Genova e Roma. Accademico linceo, allievo di Giovanni Gentile, fu teorico del corporativismo ed elaborò il problematicismo.
Tra le sue opere: I fondamenti dell’economia corporativa (1932); La vita come ricerca (1937); La vita come arte (1941); Il problematicismo (1948); La vita come amore (1953); Dal mito alla scienza (1966); Memorie di un incosciente (1977).

Gianni Scipione Rossi è direttore del Centro Italiano di Studi Superiori per la Formazione in Giornalismo Radiotelevisivo. È vicepresidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice. Tra i suoi libri: Lo “squalo” e le leggi razziali (2017); Storia di Alice (2010); Il razzista totalitario (2007); Mussolini e il diplomatico (2005).

Hervé A. Cavallera, già Professore ordinario di Storia della Pedagogia, è Professore onorario nell’Università del Salento. Ha curato le Opere complete di Giovanni Gentile.

Rassegna stampa

Adnkronos

https://www.adnkronos.com/cultura/2019/09/12/dopo-caso-blue-girl-esce-rivoluzione-bianca-dello-scia-ugo-spirito_6wuQDRXxpj9sHc0SsLzmtL.html?fbclid=IwAR0aXaG5vIEo6W4a4aSY1qnC2–Mm_AaeRaM8JMuvIsYFDZxzWcMV8BECAc

Giustizia e Investigazione

http://www.giustiziaeinvestigazione.com/ugo-spirito-e-la-rivoluzione-bianca-dello-scia-reza-pahlavi/

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Ugo Spirito, Filosofia della grande civilizzazione. La “rivoluzione bianca” dello Scià, a cura di Gianni Scipione Rossi. Postfazione di Hervé A. Cavallera, Luni Editrice/Fondazione Ugo Spirito e a Renzo De Felice, Milano-Roma 2019, pp. 192, 22 €.
Il volume è acquistabile anche presso la sede della Fondazione.
Per ordinarlo: info@fondazionespirito.it; lunieditrice@lunieditrice.comwww.lunieditrice.com

Tra Mazzini e Marx: i repubblicani fuori dal Pri (1948-1952)

Guido Bergamo

di Silvio Berardi

La difficile ricollocazione politica del Partito Repubblicano Italiano, all’indomani dell’8 settembre 1943 e soprattutto del 2 giugno 1946, produsse al suo interno una profonda crisi identitaria risolta, nel 1948, con la definitiva scelta centrista. Una scelta, quest’ultima, che tuttavia finiva per scontentare coloro che ricordavano la tradizione ottocentesca del Partito e la sua collocazione all’Estrema radicale, al fianco delle forze di sinistra, tradizione difesa, nel corso del regime fascista, tra gli altri, dal federalista Arcangelo Ghisleri. Tale posizionamento determinava, ad esempio, profonde perplessità nell’ala sinistra del Pri, il cui programma politico era identificabile nel socialismo mazziniano, già teorizzato da Alfredo Bottai, nel 1908.
L’interpretazione in chiave socialista della dottrina di Mazzini non condusse, in ogni caso, la sinistra del Pri ad una scissione. All’interno del Partito, tuttavia, numerosi erano coloro che ritenevano conciliabili gli insegnamenti del patriota genovese con la dottrina marxista e, dunque, consideravano legittima ed auspicabile un’alleanza con le sinistre.
Così, il 18 gennaio del 1948, il «Giornale della Sera» di Roma, annunciava, in un breve trafiletto, la nascita del Partito Repubblicano Italiano Sociale (Pris), sorto per opera di un gruppo di dissidenti del Partito Repubblicano Italiano e costituito a Venezia, sotto la direzione di Guido Bergamo e di Rino Ronfini, già esponenti di rilievo, sin dalla fine del 1946, della corrente sociale interna al Pri che riteneva la lotta di classe una necessità irrinunciabile per l’emancipazione delle forze del lavoro.
La scissione era la logica conseguenza delle scelte del Pri, emerse nel corso del XX Congresso Nazionale svoltosi a Napoli proprio nel gennaio del 1948, nel quale i repubblicani decisero di continuare a sostenere l’esecutivo De Gasperi, approvando, inoltre, le linee di politica estera del loro ministro Carlo Sforza. Questa prospettiva era stata, del resto, già condannata perentoriamente dai repubblicani sociali, nel novembre del 1947:

Rino Ronfini

< […] si sacrifica il Partito, che fu sempre di estrema, alla tattica parlamentare e si trascina il Partito stesso in pericolose intese e alleanze che ne snaturano lo spirito e ne tradiscono la tradizione sociale. Si porta il Partito fuori strada verso una democrazia radico massonica, invece che nella strada maestra del lavoro>.

Una nota della Prefettura di Venezia del 19 gennaio, nell’annunciare la nascita della nuova formazione politica, ricordava che Ronfini era stato già sospeso dalla direzione del Partito al Congresso regionale veneto tenutosi a Vicenza l’11 dello stesso mese, mentre Bergamo aveva presentato precedentemente le sue dimissioni.
La prima sede del Pris fu stabilita a Venezia, presso l’Associazione Perseguitati Politici; il Partito, che aveva la proprietà del giornale «La Riscossa» di Treviso, poté inizialmente contare sull’adesione di circa 150 iscritti, tutti dissidenti dal Pri.

[…]

Il saggio integrale in “Annali della Fondazione Ugo Spirito”, a. 2012-2013, XXII-XXIII, pp. 7-18.

Dichiarato di interesse storico il fondo archivistico del “Sindacato Sociale Scuola”

La Soprintendenza archivistica e bibliografica del Lazio, con provvedimento del 28 agosto 2019, ha dichiarato di interesse storico particolarmente importante gli archivi del Sindacato Sociale Scuola, depositato nell’archivio della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice.

Il Sindacato Sociale Scuola fu costituito a Roma nel mese di marzo 1977, per scissione dal Sisme, il sindacato dei dipendenti del personale del Scuola media inferiore e superiore e dell’Università aderente alla Confederazione Cisnal. La Cisnal era all’epoca la Confederazione sindacale indipendente che aveva relazioni di vicinanza con il MSI-Dn. Il segretario generale era il deputato napoletano Giovanni Roberti, uno dei principali esponenti del partito della destra italiana. L’adesione di Roberti alla scissione che portò alla nascita del partito di Democrazia Nazionale fu all’origine dell’iniziativa sindacale da parte di alcuni esponenti critici della scelta di Roberti.

L’archivio del Sindacato Sociale Scuola comprende documentazione relativa al tesseramento, all’organizzazione, all’attività, ai rapporti intersindacali e politici intrattenuti sia dal Sindacato nel suo complesso sia da singoli inscritti; nutrita è la corrispondenza. Sono inoltre conservati gli atti costitutivi e una cospicua raccolta di pubblicistica attribuibile all’area culturale della destra italiana, tra cui periodici di difficile reperimento come «L’Ordine sociale» (1998-2002), «Politeia gnomes» (1995-1998), «Continuità ideale», «Nuovo Fronte» (1992-1998), nonché altri relativi agli italiani d’Africa, quali «Italiani di Libia» (2012-2018), «Il Reduce d’Africa» (2005-2007), «Africus» di Assiret (Associazione Italiani Residenti e Rimpatriati dall’Eritrea ed Etiopia).